È la giornata mondiale dell’acqua: l’Italia se ne prende cura?

La nostra penisola occupa un quarto delle aree balneabili di tutta Europa e le nuove strategie di smaltimento sembrano aver migliorato le condizioni delle acque costiere. La distribuzione dell’acqua potabile, invece, rimane un problema quotidiano in alcune zone del Mezzogiorno

«The answer is nature», la risposta è la natura. Quando nel 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Mondiale dell’Acqua, l’obbiettivo era chiaro: riportare all’attenzione pubblica l’importanza di garantire una gestione adeguata delle risorse naturali. Per farlo, l’ONU ha stabilito 17 obbiettivi di sviluppo sostenibile – tra i quali quello di «garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie» e di «conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile».

Per una coincidenza, quest’anno la ricorrenza cade nel giorno del Fridays For Future, il momento della settimana in cui i giovani di tutto il mondo scendono in piazza per difendere l’ambiente. E mentre gli studenti incrociano le braccia contro il global warming, l’Istituto Italiano di Statistica ha pubblicato un maxi report sullo stato delle nostre acque, potabili e non, tra il 2015 e il 2018.

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Istat | Prelievi e distribuzione

In Italia si prelevano giornalmente 428 litri d’acqua potabile per abitante

Il nostro Paese è al primo posto nell’Unione europea per uso delle fonti potibili di approvvigionamento. «Nel 2018 sono circa 24 milioni 800 mila (95,8% del totale) le famiglie che dichiarano di essere allacciate alla rete idrica comunale», si legge nello studio. «A livello territoriale, la quota più alta è nel Nord-ovest ( 98,5%), mentre la più bassa si registra nelle Isole (93,1%)». 

Ma accanto alla naturale disponibilità delle risorse naturali e alla media positiva segnalata dall’Istat, va posta una nota: quasi la metà del volume dell’acqua prelevata (il 47,9%) non raggiunge gli utenti a causa del cattivo funzionamento del servizio idrico. 

I servizi idrici 

La tradizione della distribuzione idrica in Italia è millenaria. Le reliquie degli acquedotti romani definiscono lo skyline di parecchie città – resti di costruzioni estremamente sofisticate che fino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente garantivano ai romani una superiorità tecnologica senza eguali. 

Livelli di tecnologia che oggi non sembrano faticare troppo a mantenere gli standard imposti dai tempi: nel 2018 sono circa 24 milioni 800 mila (95,8% del totale) le famiglie che dichiarano di essere allacciate alla rete idrica comunale. E, tra l’altro, l’Italia è anche ai primi posti per la propensione all’irrigazione: più del 20% della superficie agricola viene sottoposta a irrigazione. In Europa fanno di più solo Malta (31%), Grecia (23,6%) e Cipro (21,0%). 

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Istat | I livelli di soddisfazione regionale riguardo le reti idriche

Ma la media generale non rende giustizia alle condizioni in cui vivono percentuali significative di cittadini del sud Italia: in Calabria, in Sardegna e in Sicilia, le cose sembrano andare in maniera opposta. In Calabria il 26,6% degli abitanti si ritiene poco soddisfatta della qualità della distribuzione, contro il 9,6% dei molto soddisfatti. In Sardegna la percentuale dei non soddisfatti si attesta sui 24,3%, contro 8,8%; in Sicilia i dati registrano un 22,7% di insoddisfatti contro 11,1% dei soddisfatti.

Nel Mezzogiorno l’acqua non è un bene scontato

Nel 2018, il 10,4% delle famiglie italiane si è lamentata dell’irregolarità dei servizi di erogazione dell’acqua nelle proprie case. Non solo: 11 comuni capoluogo di provincia/città metropolitana, sono stati al centro nel 2017 di misure di razionamento nella distribuzione idrica per uso civile (basti pensare, che, nello stesso anno, vennero presi provvedimenti anche dalla sindaca Raggi per la gestione delle risorse idriche nel territorio romano). Di questi, quasi tutti si trovavano nell’area del Mezzogiorno.

La regione più colpita resta la Calabria, dove il 39,6% delle famiglie lamenta tutt’ora una scarsa efficienza quotidiana. «Cosenza e Trapani sono le città che hanno subito maggiori disagi per la riduzione o sospensione del servizio su tutto il territorio comunale», scrive l’Istat nel report. I giorni di razionamento appaiono così distribuiti: Cosenza (245 giorni), Trapani (180 giorni), Enna (8).  La situazione è grave anche in Sicilia (il 29,3% delle famiglie si dichiara insoddisfatta)- anche se, va detto, le cose sembrano migliorare di anno in anno. 

I nostri mari migliorano

Oltre agli acquedotti, gli antichi romani ci hanno lasciato in eredità un’altra invenzione fondamentale: la cloaca. A oggi, gli scarichi delle acque reflue urbane sono la causa principale dei divieti di balneazione nelle nostre coste. Ma, stando ai dati, l’Italia sembra aver migliorato notevolmente la qualità del suo sistema di smaltimento. E considerando che solo la nostra penisola occupa un quarto delle aree di balneazione europea, l’aspetto non è da sottovalutare. 

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Istat | Qualità delle aree di balneazione

Le acque di balneazione con qualità scarsa sono appena lo 0,8% della costa italiana monitorata. Allo stato attuale delle cose, risulta balneabile il 66,9% delle coste marine italiane, «considerato che lo 0,9% di costa monitorata non è stata mai aperta durante tutta la stagione balneare 2017». Anche in questo caso, però, nota di demerito per il Sud: in Sicilia, Campania e Calabria, più del 2% di costa monitorata è stata interdetta ai bagnanti, soprattutto per la presenza di scarichi delle acque reflue urbane che possono dare origine a fenomeni di inquinamento.

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