Coronavirus, 1115 morti nell’epidemia. Oltre 45 mila contagi globali. Quasi 5 mila i casi guariti

Si aggrava l’epidemia del Covid19, così ribattezzato dall’Oms: ora sulla nave con i 35 italiani a bordo, i contagi registrati sono 170

L’ultimo bilancio dei morti causati dal Coronavirus in Cina è arrivato a 1110, secondo i dati della Commissione sanitaria della provincia dell’Hubei. Nell’area di Wuhan in cui è scoppiato il primo focolaio dell’epidemia si sono registrati 94 nuovi decessi e 1638 nuovi contagi. I casi nel Paese sono diventati quindi 44.200. Dati che salgono secondo le stime della John Hopkins University, secondo cui sono 1.115 i morti in totale per l’infezione da coronavirus. Di questi, 1.110 sono stati registrati nella sola provincia cinese di Hubei, uno solo fuori dalla Cina continentale, a Hong Kong, e uno all’estero, nelle Filippine.

Nel mondo, le persone contagiate con certezza sono 45.188, di cui 44.670 nella sola Cina continentale e il picco, fuori dall’Asia, risulta in Germania, con 16 contagiati, seguita da Australia (15) e Stati Uniti (13), mentre l’Italia è ferma a 3. Le persone che sono state contagiate e che sono guarite a livello globale, sempre secondo i dati della John Hopkins, sono 4.850, delle quali 2.639 nella sola provincia di Hubei, il resto nelle altre province e regioni cinesi, una a Macao e una a Taiwan e altre 49 fuori dalla Cina.

Pechino sempre più isolata

Sono 710 i voli internazionali che sono attualmente operativi tra la Cina e 46 Paesi e regioni dopo la drastica riduzione dei collegamenti e le forti restrizioni decise all’estero sui timori della diffusione del coronavirus. Nel fornire gli ultimi dati, la Civil Aviation Administration of China (Caac), nel resoconto dei media locali, ha sollecitato la comunità internazionale a seguire le raccomandazioni degli organismi multilaterali e «a considerare con grande attenzione l’adozione» di eventuali misure restrittive.

Un appello che segue quello di due giorni fa da Pechino all’Italia, quando il portavoce del ministero degli Esteri aveva invitato Roma, che ha bloccato i voli da e per la cina dallo scorso 31 gennaio, ad affrontare l’emergenza da coronavirus con «razionalità e su basi scientifiche».

La situazione in Italia

In Italia resta l’allerta massima, mentre il comitato tecnico-scientifico del ministero della Salute valuta nuove misure di prevenzione, come controlli nelle stazioni ferroviarie e regole più stringenti per le gite scolastiche. Ciò che va evitato, ha ribadito il ministro della Salute, Roberto Speranza, è l’allarmismo. Ad oggi restano tre i casi confermati in Italia, tutti in isolamento all’Istituto Spallanzani, a Roma: quello del ricercatore rientrato da Wuhan e la coppia di coniugi cinesi le cui condizioni sono in miglioramento.

«Sulla base della valutazione dei dati scientifici – ha chiarito Speranza in audizione alla commissione parlamentare Schengen – al momento non ci sono le condizioni per immaginare una sospensione degli accordi di Schengen». È partito intanto il Boeing dell’Aeronautica militare per riportare a casa il 17enne di Grado che non è potuto rientrare dalla Cina con i 56 in quarantena alla Cecchignola.

«Ci sono nostri connazionali in Cina, che in questo momento dovrebbero essere circa cinquemila – ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – ma a quelli che volevano rientrare abbiamo garantito il rientro a parte Nicolò, il diciassettenne che stiamo andando a prenderlo, lo facciamo con un Boeing dell’Aeronautica militare lo facciamo rientrare».

L’allame dell’Oms

L’epidemia da coronavirus è una «minaccia peggiore del terrorismo», ha detto il capo dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus che da Ginevra, dove oggi si riuniscono 400 scienziati per fare un punto sulla situazione, non usa giri di parole: «Un virus può creare più sconvolgimenti politici, economici e sociali di qualsiasi attacco terroristico. Il mondo si deve svegliare e considerare questo virus come il nemico numero uno». L’Oms ha ribattezzato il coronavirus cinese Covid19, sigla che sintetizza i termini “corona”, “virus” e disease (malattia). Tempi lunghi secondo i vertici dell’organizzazione per un nuovo vaccino efficace: «Potrebbe essere pronto in 18 mesi».

Il focolaio in Giappone

Altri 39 casi di infezione da coronavirus sono stati registrati a bordo della Diamond Princess, la nave da crociera da giorni in quarantena davanti alle coste di Yokohama con 35 italiani a bordo. Lo ha dichiarato il ministro giapponese della sanità, Katsunobu Kato. Il totale dei contagi, ora, è di 174. «Su 53 nuovi test effettuati sulle persone a bordo – ha detto Kato – 39 hanno dato risultato di positività». Tra i contagiati anche un dipendente del ministero della Salute giapponese che stava conducendo un’ispezione sulla nave.

Si estende il divieto per i cittadini cinesi di entrare in Giappone a causa della diffusione sempre più preoccupante del coronavirus. Il governo di Tokyo ha infatti annunciato che a partire da giovedì anche i viaggiatori provenienti dalla provincia orientale dello Zhejiang non saranno autorizzati a entrare nel Paese per tentare di contenere l’epidemia. Inizialmente l’esecutivo aveva deciso l’interdizione solo ai residenti della provincia dell’Hubei, dove è situata la metropoli Wuhan, considerata l’epicentro del virus.

Apertura rinviata per le auto giapponesi

I principali costruttori auto giapponesi decidono nuovamente di posticipare la riapertura dei loro impianti in Cina, in scia ai timori di un’espansione del coronavirus. Toyota, Honda e Nissan ritarderanno il riavvio della produzione almeno fino al prossimo lunedì, e con ogni probabilità anche a una data successiva. Inizialmente le prime due case auto avevano previsto la ripresa delle attività all’inizio di questa settimana mentre la data di rioccupazione per Nissan era decisa per questo venerdì.

Anche gli altri costruttori auto nipponici fanno fatica a procurarsi le parti necessarie agli impianti produttivi, rivela la stampa giapponese, impedendo di fatto la ripresa delle attività lavorative. Per le stesse ragioni ieri Nissan aveva comunicato la sospensione dei lavori in un impianto nella prefettura di Fukuoka, la prima chiusura di una fabbrica giapponese dall’inizio della diffusione del virus. Molte delle case auto cominciano adesso a considerare la possibilità di assicurarsi gli accessori necessari per il comparto fuori dai confini cinesi.

Leggi anche: