Coronavirus, in Africa 7 mila positivi. «Ma i medici non sanno come usare i tamponi»

Lo stato della sanità, le misure restrittive, la disponibilità di protezioni e materiale sanitario non sono gli unici problemi

In Africa il Coronavirus serpeggia, lentamente. Dall’Europa è arrivato poco a poco nel Sud del pianeta e al momento registra oltre 7 mila casi di positività all’infezione. Sono cinquanta gli Stati – su cinquantaquattro – coinvolti, per ora, dalla pandemia. L’Onu e l’Oms se ne stanno occupando, appellandosi alla generosità del mondo Occidentale, cercando di investire trilioni di dollari da convogliare in medicinali e attrezzature per non rischiare un’ecatombe.


EPA/KIM LUDBROOK

Nel continente si fanno i conti con le epidemie del passato e con quelle che ancora oggi minano la serenità dei suoi abitanti: una su tutte, ad esempio, è la malaria. Il grosso problema è che ora Covid e malaria viaggiano parallele, si insinuano nei corpi degli africani e sono dinamite per il paziente. «Pensate solo a un ragazzo di diciotto anni che per la quarta volta ha contratto la malaria – il cui sintomo principale è la febbre alta unita a una forte disidratazione – e ora è in remissione», racconta il direttore generale di Amref Italia Guglielmo Micucci. «Se venisse contagiato dal Coronavirus, il suo corpo quasi sicuramente non riuscirebbe a uscirne, per via delle condizioni già precarie dovute a scarsa idratazione e malnutrizione. L’unione delle due malattie è un cocktail letale. La malaria, da sola, uccide 400mila persone l’anno; e in Africa l’età media è molto bassa: il 50% della popolazione viaggia tra i 18 e i 20 anni». Sarebbe una morìa di giovani.

I tamponi

Lo stato della sanità, le misure restrittive, la disponibilità di protezioni e materiale sanitario, ai quali si aggiungono altri anelli della catena, come la difficoltà di accedere all’acqua, l’igiene e i servizi igienico-sanitari non sono gli unici problemi. Il nuovo grosso problema, dice Micucci, riguarda i tamponi.

Courtesy of Amref Italia

«Prepariamo pacchetti di distribuzione tutti i giorni. Poi le varie agenzie Onu e l’Oms si occupano di distribuire il carico e consegnarlo. Preciso, che per adesso, l’Oms rifornisce 29 Paesi, quelli più strutturati. I numeri della copertura non riusciamo a certificarli, certo è che non copriranno tutto il continente. Il problema è che i tamponi, anche se arrivano sul territorio interessato, i medici non sanno cosa farci. Non sanno cosa siano, come si usino. Il gap deriva da una scolarizzazione diversa rispetto a quella dei nostri medici e da fattori culturali». Il personale sanitario, laggiù, è di fatto impreparato.

EPA/KIM LUDBROOK

«Il resto del mondo sta cooperando per reclutare medici, attraverso una rete di Ong, croce rossa – collaboriamo anche con la Croce Rossa americana -, associazioni. Pronti a fare formazione al personale medico africano. Questo virus ci obbliga alla distanza, per cui la formazione non avverrà nelle strutture sanitarie, per il rischio di contagio. Istituiremo piattaforme online che tenteremo di portare in ogni Stato, che siano accessibile non solo con pc o smartphone, ma con qualsiasi apparecchio cellulare. Un progetto che ha un costo non indifferente».

Contagi e soluzioni

Contenere il contagio è l’altro grosso problema. Famiglie numerose, un senso di comunità profondamente radicato – non è difficile ritrovarsi tra 5mila persone la mattina, al mercato – non aiutano ad arginare il problema. È vero, alcuni Paesi come il Senegal o la Nigeria hanno imposto una sorta di lockdown, con tanto di coprifuoco, ma è una soluzione che varia a seconda del territorio. E la vita in Africa non puoi spegnerla dall’oggi al domani. «Per questo stiamo pensando a mega strutture, come alcuni alberghi, che possano diventare luoghi per l’isolamento dei pazienti. Se si riflette sul fatto che un nucleo familiare, quando è considerato “piccolo”, ha almeno 10-12 persone al suo interno, pensate se uno di loro contraesse il virus…
Per questo dobbiamo isolare tassativamente i positivi, e le loro famiglie, in spazi appositi».

Sempre per lo stesso motivo, e cioè per non contaminare gli ambienti, «stiamo pensando di trasformare i nostri flying doctors – velivoli utilizzati dal personale sanitario per gli spostamenti – in mezzi per l’evacuazione di malati Covid. L’aereo verrebbe così modificato, inserendo al suo interno una capsula in cui sigillare il malato per poterlo portare altrove e non dover poi disinfettare il mezzo. Ne vorremmo almeno tre». Il costo? Un milione di dollari. E si fatica a reperire i fondi.

Courtesy of Amref Italia

Nel frattempo, arrivano aiuti massicci dalla Cina. Materiale sanitario, apparecchiature di vario genere, in previsione dell’onda pandemica che arriverà in Africa. I medici hanno difficoltà con le diagnosi: basti pensare alle patologie respiratorie, frequenti nel popolo africano, che si manifestano con sintomi molto simili a quelli del Covid. Si brancola spesso nel buio, e per ora è solo l’inizio.

Foto in copertina e nel testo: Ansa

Il parere degli esperti:

Leggi anche: