Due anni dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, torna Wylie: «La disinformazione non si è fermata: elezioni Usa a rischio» – L’intervista

Abbiamo parlato con il whistleblower che ha svelato le operazioni della società di consulenza britannica che ha raccolto per anni i dati di milioni di utenti per organizzare campagne di propaganda politica

Whistleblower, letteralmente “colui che soffiano nei fischietto”. Nella lingua inglese questo termine viene usato per indicare chi vuole segnalare che qualcosa non sta funzionando, che sia in un’amministrazione pubblica o in un settore privato. Negli ultimi anni i whistleblower, indicati in italiano con il meno onorevole gole profonde, sono stati fondamentali per capire cosa sta succedendo nel mondo della tecnologia. L’ultimo caso di portata internazionale è stato quello di Christopher Wylie, l’uomo che ha dato inizio allo scandalo Cambridge Analytica.


Capelli rosa elettrico (ai tempi), volto tondo e montatura squadrata, l’immagine di Wylie è legata al caso mediatico più grande che ha investito Facebook da quando la piattaforma è sbarcata sul web. Secondo le sue rivelazioni, la società di consulenza britannica Cambridge Analytica avrebbe raccolto per diversi anni i dati di milioni di utenti per organizzare campagne di propaganda politica, come quelle a favore della Brexit o per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Wylie ora ha scritto un libro per raccontare non solo i meccanismi sfruttati dal Cambridge Analytica ma anche tutto quello che è successo dopo le sue rivelazioni. In Italia è pubblicato da Longanesi è si intitola Il mercato del consenso, come ho creato e poi distrutto Cambridge Analytica. Perché anche se Cambridge Analytica ha dichiarato bancarotta poco dopo l’inizio dello scandalo, il modelli su cui si è basato il suo lavoro esistono ancora, come ci spiega Wylie – in Italia per la presentazione del libro al Festival Pordenonelegge – dietro una nuvola di pixel di un account Zoom.

Il suo libro comincia con una citazione di Victor Hugo: «Possiamo resistere all’invasione degli eserciti. Non possiamo resistere all’invasione delle idee». Perché questa frase?

«La differenza tra la forza di un esercito e quella delle idee sta nella loro stessa natura. Le idee fanno parte delle persone, le armi no. Sono qualcosa di esterno. Per questo le idee, quando entrano dentro di noi, poi rimangono più a lungo».

Nel marzo 2018 ha deciso di svelare i meccanismi di Cambridge Analytica. Ai tempi si pensava che questo avrebbe distrutto la fiducia degli utenti verso i social. È andata così?

«Io penso che sia aumentata la consapevolezza pubblica nei confronti di quello che succede in rete. Soprattutto delle malefatte che vengono fatte online. Penso particolametnete a Facebook come piattaforma. Nel momento in cui le persone capiscono che il vero prodotto dei social sono loro acquisiscono più consapevolezza. Ormai temi come la privacy e la protezione dei dati sono entrati nel dibattito pubblico».

Scrive «Facebook non è più un’azienda, è una porta aperta sulle menti degli americani». Chi ha attraversato quella porta?

«Nelle elezioni del 2016 la Russia è stata la prima ad attraversare quella porta e ha capito come si possono utilizzare i social media per manipolare le menti degli elettori. La mia preoccupazione è che adesso questo meccanismo sia diventato evidente ai tanti altri soggetti. C’è un numero infinito di Paesi che ha ben chiaro come utilizzare questi mezzi.

Devo aggiungere però una cosa: l’interferenza non è solo a livello politico. Ci sono sempre più persone che usano dispositivi come Alexa in grado di sorvegliare quello che facciamo. Cosa ne è della libertà di azione delle persone? Le persone guardano la televisione ma la televisione guarda loro. Ci sono degli sviluppi potenzialmente spaventosi».

È stato fatto qualcosa per chiudere questa porta?

«No, non c’è una maggiore protezione dei dati degli utenti. Dopo le rivelazione di Cambridge Analytica c’è stato un maggiore dibattito pubblico sui social media ma sono mancati i cambiamenti veri. Certo, Roma non è stata costruita in un giorno. Ci vuole tempo. È significativo che se ne parli al Congresso americano. Il problema è che fra poco ci saranno le lezioni e non è stato fatto nulla di sostanziale per cambiare la situazione che c’era nel 2016».

C’è un dato che ancora non è chiaro su questo scandalo. Se Cambridge Analytica non avesse lavorato sui dati di Facebook, Donald Trump sarebbe stato eletto alla Casa Bianca?

«Naturalmente quando si parla di ipotesi è impossibile dire come sarebbero andate le cose. Se ci fosse stato un candidato diverso, se in Michigan quel giorno avesse piovuto, cosa sarebbe successo? Le elezioni sono sempre un gioco a somma zero. Basta un voto per vincere. Non è che Cambridge Analytica dovesse puntare a ottenere da sola, con le sue strategie, il 51% dei voti. Bastava aumentare la percentuale del candidato dell’1% o 3% negli stati più importanti, come la Florida».

Donald Trump, Matteo Salvini, Jair Bolsonaro. I messaggi politici veicolati dai social riescono ad attirare voti solo verso leader uomini, sovranisti e populisti?

«Ripensiamo dal settore in cui è partita Cambridge Analytica. All’inizio lavorava per l’esercito, cercava di capire quali utenti fossero più a rischio di radicalizzazione. Abbiamo provato a definire un modello che identificasse questo genere di persone: soggetti predisposti a un pensiero nevrotico o complottista che a un certo punto esplode quando arrivano delle difficoltà nelle loro vite, spesso economiche.

Questi erano i profili con cui eravamo abituati a lavorare. E questi sono quelli che abbiamo ripreso nelle campagne che ci venivano commissionate. Bisogna stare attenti però. Non sto dicendo che l’approccio che abbiamo utilizzato fosse rivolto solo a questa parte di popolazione. Una volta che certi schemi, come le teorie del complotto, vengono normalizzate, allora poi possono entrare in contatti anche con soggetti dai profili meno nevrotici. Guardiamo quello che sta succedendo con il Coronavirus: basta poco a impiantare nella società i semi del complottismo».

E in Italia? Ha avuto modo nella tua attività di ricercatore prima e attivista dopo di leggere qualcosa su come la politica ha usato i social nel nostro Paese?

«Io penso che l’Italia sia un buon esempio per capire gli effetti della radicalizzazione attraverso Internet. Ha una storia di frammentazione politica e corruzione che la rende un target interessante per l’alt-right. La domanda da porci però è un’altra e riguarda tutti i Paesi: perché abbiamo accettato che il dibattito politico si basi sui servizi di una società privata, che è Facebook, di proprietà di una singola persona che è Mark Zuckerberg?».

Foto di copertina: EPA/JUSTIN LANE | Christopher Wylie in una serata di gala organizzata dalla rivista Time Magazine a New York, aprile 2018

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