Francesco, un altro giovane infermiere che lascia l’Italia per la Germania: «Qui assunto e ben pagato anche se devi imparare il tedesco»

28 anni, infermiere. Assunto dall’ospedale di Turinga, in Germania. La sua storia è quella di tanti infermieri e infermiere che hanno dovuto percorrere centinaia di chilometri per trovare lavoro

Per andare da Taurianova a Tubinga ci vogliono 17 ore e 32 minuti di auto, senza traffico. Bisogna attraversare tutta l’Italia, dalla provincia di Reggio Calabria fino a Cernobbio, sul lago di Como, poi tutta la Svizzera e alla fine rimangono da percorrere gli ultimi chilometri che arrivano fino a questa città da quasi 90mila vicino a Stoccarda. Non è un viaggio che si fa per vedere paesaggi o città d’arte. È un viaggio di lavoro, ed è il viaggio che Francesco Palermita ha deciso di percorrere per fare quello per cui ha studiato: l’infermiere. Un viaggio che sei mesi fa ha raccontato con un video su YouTube insieme ad altri infermieri, anche loro emigranti in Germania.


Francesco ha 28 anni e ad agosto 2015 ha deciso di partecipare a una selezione di Germitalia, un’agenza specializzata nel reclutare infermieri italiani per strutture sanitarie tedesche. Per Google bastano tre parole chiave: lavoro+infermieri+italia. Il sito di Germitalia è il primo risultato. Prima del Covid il processo di selezione avveniva dal vivo: un colloquio in un albergo di Torre del Greco, in provincia di Napoli, e poi l’inizio del progetto in Germania. Nella maggior parte delle offerte le garanzie sono due: contratto a tempo indeterminato e corso per imparare la lingua.

OPEN | Francesco Palermita

Secondo i dati pubblicati da Almalaurea, la percentuale di infermieri che lavorano un anno dopo aver completato gli studi è del 72%. Una percentuale alta, come tipico delle professioni sanitarie, che però non racconta delle condizioni degli infermieri nei primi anni di professione, dove spesso è difficile trovare un contratto a tempo indeterminato e dove responsabilità e ore di lavoro non sono bilanciate rispetto allo stipendio. Un quadro che è cambiato poco nonostante l’emergenza Covid, tanto che il flusso di infermieri che si formano in Italia per emigrare all’estero non si è certo chiuso.

Matteo, quando hai deciso di andare in Germania per lavorare?

«Ho deciso appena finita la laurea, verso il 2015. In Italia non ho mai lavorato come infermiere in ospedale, facevo giusto qualche assistenza notturna. Cercavo un’esperienza all’estero: ero indeciso tra Germania e Regno Unito».

Come mai la Germania?

«Per la lingua. Di solito nel Regno Unito viene richiesto un livello minimo di inglese per lavorare. Qui invece ti danno la possibilità di essere assunto subito e intanto frequentare un corso per imparare la lingua. Una volta superato l’esame di livello di B2 viene definitivamente riconosciuto come infermiere».

E prima del riconoscimento, come lavori?

«Hai un contratto con un inquadramento diverso. Un infermiere con il B2 di tedesco ha un contratto che si aggira sui 2.900 euro lordi: circa 1.800 euro netti al mese. Prima del B2 hai un altro tipo di contratto, con un netto più basso che attorno ai 1.650 euro al mese».

Sono cifre più alte degli stipendi italiani. Ma non completamente diverse.

«Sono cifre simili a quelle che si possono avere se si riesce a trovare lavoro in ospedale, contando notti e straordinari. Posti del genere però in Italia non sono semplici da ottenere, qui in Germania invece le selezioni per nuovi candidati sono molto frequenti».

Non c’è il rischio di spendere tutti questi soldi per il costo della vita?

«Questa cosa è un luogo comune. È vero, in Germania il costo della vita è più alto se lo paragoniamo con quello del Sud Italia, però il confronto non regge con altre città. Quando studiavo a Roma pagavo per la mia stanza 450 euro di affitto al mese. Qui per la stessa cifra posso affitare un monolocale. Poi bisogna contare le altre spese: durante il lockdown l’Iva è stata abbassata dal 19% al 16%. L’assicurazione dell’auto invece mi costa solo 600 euro all’anno. Con il mio stipendio e qualche sacrificio credo di riuscire a mantenere una famiglia. Almeno un figlio, non dico due. In Italia per mantenere un figlio bisogna essere in due a fare sacrifici».

Nel video che hai girato sui tuoi colleghi c’è una cosa che hanno in comune tutte le voci che hai raccolto: provengono del Sud.

«È vero. La maggior parte, direi quasi il 90% degli infermieri italiani che ho conosciuto qui, arrivano dal Sud o al massimo dal Centro. Posso dire di aver conosciuto davvero poca gente del Nord, giusto una ragazza di Como e una coppia di Trento».

Quindi non c’è nessuna controindicazione per trasferirsi in Germania?

«Qualche problema c’è. All’inizio, soprattutto prima di ottenere il B2, controllano molto ogni passaggio del tuo lavoro. E questo ha fatto innervosire parecchi colleghi. Qui poi sei comunque lontano dalla famiglia e dagli amici. Certo, noi italiani cerchiamo di fare gruppo ma non è facile ricostruirsi i contatti in questo territorio».

Come è stato affrontato il Coronavirus negli ospedali tedeschi?

«Con molta tranquillità. Qui a Tubinga abbiamo avuto un massimo di 60 pazienti in terapia intensiva. Oggi siamo a zero. Le autorità sanitarie hanno mostrato di essere molto preparate davanti all’epidemia di Coronavirus».

Le agenzie tedesche cercano personale italiano ancora adesso? Con il rischio di una nuova fase dell’epidemia alle porte?

«Certo, di posizioni aperte ce ne sono ancora tante. E le agenzie offrono sempre nuovi progetti».

Torneresti in Italia?

«Ora no. Qui ho quello che mi serve e qui immagino il mio futuro. Ogni tanto risale la voglia di tornare ma non riesco a vedere un percorso lavorativo solido come quello che ho trovato qui».

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