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Legge anti-Lgbtq+, perché lo scontro tra Commissione Europea e Ungheria rischia di penalizzare la Ue

Budapest non cederà alle pressioni di Bruxelles, lo scontro durerà fino alla resa dei conti nelle elezioni ungheresi del 2022

«I leader europei hanno condotto una discussione molto personale ed emotiva sulla legge ungherese, praticamente l’omosessualità viene posta a livello della pornografia, e questa legge non serve alla protezione dei bambini, è un pretesto per discriminare. Questa legge è vergognosa». Così la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo intervento al Parlamento europeo. «Se l’Ungheria non aggiusterà il tiro la Commissione userà i poteri ad essa conferiti in qualità di garante dei trattati». Il durissimo intervento di von der Leyen segna un nuovo livello nello scontro tra Bruxelles e il governo di Viktor Orbán. La risposta ungherese non si è fatta attendere. «Budapest non ritirerà la legge, anzi, la difenderà con ogni mezzo legittimo», ha detto la ministra della Giustizia ungherese, Judit Varga, rispondendo ufficialmente all’intervento di von der Leyen.


«L’Ungheria è attaccata in modo brutale e antidemocratico da molti governi europei e dirigenti di istituzioni europee a proposito della legge per la difesa dei minori, è inaccettabile che il diritto europeo venga usato per battaglie ideologiche», dice il comunicato. Varga, carismatica 40enne da molti considerata una possibile erede politica di Orbán, sottolinea che diritto e valori europei sono importanti per tutti, ma non si può scegliere arbitrariamente quali siano le norme gradite e quali no. «La sovranità dei paesi membri, nonché il diritto alla difesa dei minori sono diritti comuni per tutti. Spetta all’Ungheria scegliere come educare i figli». La ministra intende iniziare una campagna per far conoscere a tutti i governi e le istituzioni europee il contenuto della legge ungherese entrata in vigore oggi, e condurre una battaglia legale in Europa.


La (non) sospensione del Recovery Plan ungherese

Nelle stesse ore, la Commissione ha fatto circolare e poi smentito la notizia che il piano di rilancio dell’Ungheria da 7,2 miliardi di euro non sarebbe stato approvato entro la scadenza del 12 luglio. Ieri le indiscrezioni arrivate alla stampa ventilavano la sospensione, ma oggi le dichiarazioni ufficiali hanno smentito. «La Commissione sta valutando il piano di rilancio dell’Ungheria soprattutto sul rispetto delle raccomandazioni paese del 2019-2020, tra cui rispetto dello stato di diritto, corruzione, indipendenza dei giudici», ha detto il commissario all’economia Paolo Gentiloni. «Quello che stiamo valutando in particolare per l’Ungheria è il meccanismo di audit, il trattamento equo e non discriminatorio dei beneficiari dei fondi, e le sfide delle raccomandazioni Ue sullo stato di diritto come corruzione, indipendenza della magistratura, aumento della concorrenza», ha aggiunto. Le due questioni sono giuridicamente scollegate, ma la cosa ovviamente a Budapest è stata notata e vista come un altro attacco.

Il piano di rilancio ungherese deve, come gli altri, rispettare le raccomandazioni economiche per paese che la Commissione presenta ogni anno nel contesto del semestre europeo. Si tratta di raccomandazioni sulla politica economica che non hanno niente a che vedere con questioni come quelle contestate alla legge anti-LGBT. Trasmettere l’idea e il sospetto di una politicizzazione del Recovery Fund alza la tensione e radicalizza i fronti, dando l’idea che sia in corso una battaglia fatta di minacce, posizioni ostinate e rappresaglie economiche. L’analisi della Commissione si concentra – come ha detto Gentiloni – su materie che riguardano il diritto, la corruzione e l’indipendenza della magistratura che possono compromettere la corretta (e onesta) attuazione del Recovery Plan. Nel caso di Orbán a destare preoccupazione è la rete oligarchica di affaristi che gestisce i generosi fondi europei che vengono regolarmente assegnati all’Ungheria, ma per bloccare i trasferimenti bisogna dimostrare che tutto ciò mette a rischio le finanze dell’Unione.

Quali sono le possibilità della Commissione?

La legge ungherese anti-LGBT può essere oggetto di una procedura d’infrazione secondo l’Articolo 7 e molto probabilmente sarà così, mentre la questione del Recovery Plan è di tutt’altra natura. Al di là della procedura d’infrazione, la Commissione può fare molto poco, e i valori europei sulla carta non sono così definiti come può sembrare dagli interventi in plenaria. L’istruzione, i costumi e la morale pubblica sono questioni di competenza nazionale, c’è il rischio che l’eventuale procedura d’infrazione porti a un giudizio della Corte di Giustizia Ue favorevole all’Ungheria. Per la Commissione sarebbe una sconfitta epocale, mentre per Orbán e i suoi alleati in giro per l’Europa un trionfo. Giunti a questo punto però anche rinunciare alla procedura dopo averla minacciata rischia di essere una vittoria per il premier ungherese.

Perciò, Budapest non cederà alle pressioni della Commissione, che a sua volta non smetterà di esercitare pressione sul governo ungherese. La speranza dei vertici comunitari e di molti leader europei è che tenere alta la pressione permetterà all’opposizione unita a sconfiggere Orbán nella resa dei conti delle elezioni ungheresi del 2022, permettendo a tutti di voltare pagina. Ciò significa che lo scontro durerà ancora lungo, allargandosi alla Polonia e polarizzandosi fino al parossismo, coinvolgendo anche l’Italia.

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