L'ECONOMIA

L'abc del Decreto dignità

Francesco Seghezzi - 19/12/201810:34Aggiornato 08/04/2019 16:19

Come sono cambiate le regole dei contratti a termine (e perché) 

Il decreto Dignità è stato il primo provvedimento del governo Conte e riguarda principalmente due tematiche: i contratti di lavoro a tempo e le delocalizzazioni. L'aspetto che ci interessa di più riguarda le modifiche al contratto a tempo determinato.

La novità principale è la reintroduzione della causale, che era stata eliminata nel 2014 dal decreto Poletti. La causale è una motivazione che va scritta sul contratto per giustificare l'assunzione del lavoratore per un tempo definito e non a tempo indeterminato, se questo non avviene il contratto verrà convertito a tempo indeterminato.

Con l'entrata in vigore del decreto Dignità è obbligatorio inserire la causale in tutti i contratti con durata superiore ai 12 mesi, in ogni rinnovo di contratto (la stipula di un nuovo contratto a termine successivamente alla scadenza del precedente) e in caso di proroga del contratto (la possibilità di prolungare la durata del contratto) che porti la sua durata sopra i 12 mesi.

Viene allo stesso tempo ridotta la durata massima del contratto a termine, che non potrà superare i 24 mesi, con la possibilità di ulteriori 12 mesi in caso di accordo firmato presso la Direzione Territoriale del Lavoro.

Un esempio: se un contratto a termine dura 10 mesi può essere prorogato fino a 12 mesi senza l'obbligo dell'inserimento della causale, se invece viene prorogato di 3 mesi, per un totale di 13 mesi, la causale è obbligatoria perché la durata complessiva supera i 12 mesi.

Altre novità riguardano il numero di proroghe, che scendono da 5 a 4, e il costo dei rinnovi. Infatti a partire dal primo rinnovo il costo dei contributi all'interno della retribuzione aumenterà dello 0,5% per ogni rinnovo effettuato.

Gli elementi che rendono spesso difficile capire gli impatti del decreto Dignità riguardano i tempi della sua applicazione. Infatti il testo del decreto pubblicato il 13 luglio 2018 non prevedeva nessun periodo transitorio, la norma entrava subito in vigore.

Nel testo della Legge di conversione invece, entrata in vigore dal 12 agosto 2018, era previsto un periodo transitorio fino al 31 ottobre, nel quale restavano valide le norme precedenti.

Potrà sembrare un tema da specialisti, ma ha avuto diverse conseguenze sia per le imprese che per i lavoratori. Infatti questo cambiamento in corsa ha portato a quattro diversi regimi transitori in pochi mesi, che possiamo riassumere così:

  • per i contratti firmati prima del 13 luglio 2018 valgono le norme del Jobs Act (decreto 81/2015) fino alla fine del periodo transitorio il 31 ottobre 2018;
  • per i contratti firmati dal 14 luglio 2018 all'11 agosto 2018, quelli iniziati nel periodo tra la pubblicazione del decreto Dignità e la sua conversione in legge, valgono le norme del Decreto Dignità;
  • dal 12 agosto al 31 ottobre 2018 era in vigore il regime transitorio e i contratti in corso al 14 luglio 2018, la data della pubblicazione del decreto, potevano essere rinnovati seguendo le vecchie norme del Jobs Act;
  • per i contratti firmati dal 1 novembre 2018 è in vigore il decreto Dignità.

Quattro regimi diversi, ma alla data di oggi il decreto Dignità regola tutti i nuovi contratti a termine e anche tutti i rinnovi, la durata e le proroghe dei vecchi contratti.

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