L'ECONOMIA

La Web Tax è un rischio per i giovani e per il Made in Italy

21/1218:40Valerio Berra, David Puente

La nuova tassa minaccia di colpire le piccole medie imprese e le startup

Web tax. Due parole nuove, o quasi, nella legislazione italiana. Con ogni probabilità verranno introdotte con la legge di Bilancio per il 2019 che dovrà essere approvata entro il prossimo 31 dicembre.

 

La tassa nata per i giganti di Internet

Lo scopo della web tax è quello di tassare le grandi aziende digitali che fanno profitti in Italia. È il caso di Google, Amazon o Facebook. Colossi del web che hanno le loro sedi all'estero, ma che guadagnano anche dal mercato italiano. Sui profitti registrati da queste aziende nel nostro Paese la nuova legge applicherà un'imposta del 3 per cento.

 Ansa |  Amazon e altri big player a cui sarebbe rivolta la Web Tax

La tassa non riguarda chiunque lavori su internet. Nelle bozze emerse finora ci sono infatti dei limiti precisi: per essere applicata i ricavi della società devono essere superiori a 750 milioni di euro all'anno, di cui almeno 5,5 derivanti da servizi digitali. Numeri alti, registrati dalle casse di social network e piattaforme di distribuzione globale. In particolare i tre ambiti a cui si riferisce la legge sono la pubblicità online, la fornitura di beni e servizi da piattaforme digitali e la trasmissione di dati raccolti dagli utenti.

 

Scavando negli archivi del Parlamento si scopre che la prima traccia di questa imposta è stata registrata nel 2013, con una proposta di legge firmata dal deputato Pd Francesco Boccia. Negli anni successivi i tentativi di introdurla nel sistema di tassazione non sono mai andati a buon fine.

 

Lega e MoVimento 5 Stelle avevano già inserito la web tax nel contratto di governo, anche se il passaggio in cui compare si riferiva solo al settore viaggi: «Si punta all'introduzione della “Web Tax turistica” per contrastare la concorrenza sleale delle OLTA (OnLine Travel Agency) straniere che creano danni enormi agli operatori del settore turistico e alle casse dello Stato, andando oltre i controlli a campione che sono costosi e inefficienti e le sanzioni che sono tardive, lievi e spesso inesigibili».

 

I rischi per i giovani e le startup

Discutendo della Web Tax insieme a Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform, l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del settore digitale, abbiamo cercato di fare il punto per spiegare in maniera semplice i pro e i contro di questa nuova tassa dal punto di vista del mondo imprenditoriale.

 Ansa |  Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform

«Il nostro sviluppo digitale rispetto agli altri Paesi - ci racconta Marco Gay - è sicuramente buono. Nel 2017 e 2018 la crescita del mercato digitale in Italia è stato del 2-3%, in aumento dopo tanti anni di stagnazione. Un mercato che vale 70 miliardi di euro in Italia e che ci permette di competere molto bene a livello internazionale, che valorizza e innova la tradizione del Made in Italy grazie alla creatività, alle competenze e al talento dei nostri startupper». Tuttavia, «Creare una difficoltà in più a questo sviluppo è un concetto sbagliato».

 

La strada intrapresa dall’Unione europea è quella di imporre una Web Tax per regolamentare il mercato, ma le critiche di Marco Gay non riguardano la tassa in sé. Il problema riguarda la competitività rispetto ai Paesi che non la adotteranno prima dell’intervento comunitario, che potrebbe rivelarsi diverso dai modello italiano.

 

La preoccupazione di Marco Gay è incentrata in particolare sui giovani imprenditori: «In un settore che cresce, i giovani talenti che si mettono in discussione si ritroveranno con una tassa in più che li penalizza rispetto ai concorrenti stranieri». Nel momento in cui i nostri giovani utilizzano grandi player per promuovere i propri prodotti, questo 3% potrebbe ricadere su di loro. Anche nella previsione di crescita risulterebbe un balzello in più in un Paese che ha già una tassazione molto alta su chi fa impresa.

 

«Questa fuga in avanti e in anticipo rispetto all’Europa si potrebbe rivelare un boomerang per le imprese italiane», conclude Marco Gay, «Speriamo che il Governo, quando saremo convocati dal Mise a gennaio per parlare dei decreti attuativi, abbia intenzione di ascoltare chi opera nel mercato. Dobbiamo agire cercando di preservare e favorire la crescita di un’economia digitale che non può far altro che accrescere il Made in Italy e la sua esportazione».

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