L'ECONOMIA

Alessio Rossi (Confindustria Giovani): «Mi sembra il governo dell'arretramento, i giovani sono ignorati»

Felice Florio - 31/01/201919:05

Il leader degli imprenditori commenta i dati (negativi) sull'economia italiana e l'operato dell'esecutivo gialloverde 

«In maniera molto semplice e chiara: i dati dell’Istat descrivono un Paese che è in recessione. Punto». Non usa mezzi termini Alessio Rossi, presidente di Confindustria Giovani, movimento che raccoglie oltre 13 mila imprenditori di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Romano, 37 anni, Rossi ha costruito da solo la sua impresa: oggi il suo gruppo genera un volume d'affari annuo di oltre dieci milioni di euro.

Open l'ha intervistato per avere un'ulteriore prospettiva su calo del Pil, sulla diminuzione della produzione industriale e sulla recessione che incombe in Italia. 

Il Pil nell'ultimo trimestre del 2018 ha registrato un calo dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, cosa vuol dire?

«È una descrizione fatta su base scientifica, quello che posso aggiungere a questi dati è che c’è una situazione di allerta da parte di tutti gli imprenditori, giovani e meno giovani. Chi governa piccole, medie e grandi imprese oggi fa molta attenzione non solo verso questi dati, ma all’andamento generale dell’economia italiana».

Gli imprenditori hanno una prospettiva privilegiata, spesso riescono a captare prima degli altri i segnali che l'economia sta rallentando. 

«Agli occhi dei non addetti ai lavori queste stime dicono poco. Se, però, unisci una sequenza di dati negativi alla percezione del mercato reale che hanno gli imprenditori, l’allarme aumenta. È un problema che riguarda tutto il tessuto imprenditoriale del nostro Paese ma che si ripercuote su ogni cittadino».

Confindustria e il suo movimento giovanile cosa stanno facendo per imprimere un cambio di rotta?

«Sono mesi che chiediamo a questo governo di mettere in campo delle politiche in favore della crescita, ma ancora non ne abbiamo vista una. Chiediamo di sbloccare gli investimenti per le strutture strategiche dell’Italia, e questo sblocco non è avvenuto nonostante le risposte siano già state stanziate».

La Tav purtroppo è diventata una questione di ideologia politica.

«Non mi riferisco solo alla Tav, ma a tutte le grandi opere di un importo superiore ai 100 milioni di euro che insieme raggiungono un valore totale di 20 miliardi di euro. Sono risorse già stanziate, non creerebbero nuovo debito. E si tratta di opere che darebbero lavoro a circa 400 mila persone. È grave che sia tutto fermo, anche in virtù del fatto che il settore dell’edilizia negli ultimi anni ha visto la perdita di 600 mila posti di lavoro. Se nessuno mette mano a queste leve, il nostro Paese continuerà a registrare segnali negativi. Non possiamo permetterci di aspettare il prossimo semestre per nuovi dati pessimi, occorre agire subito, adesso».

Quali sono i fattori attraverso i quali gli imprenditori riescono a fiutare l'eventualità di una recessione?

«Calo della produzione industriale, calo dell’esportazione e riduzione degli investimenti. Sono tre elementi che immediatamente palesano il fatto che il tessuto imprenditoriale sia in sofferenza. L’esportazione ha dato una grande mano nel superare la nostra ultima crisi e non possiamo assolutamente consentire a nessuno di mettere in discussione gli accordi commerciali con gli altri Paesi. Non possiamo essere uno Stato protezionista, ci distruggerebbe. Quando parliamo di un’Europa fatta da Stati sovrani, parliamo di qualcosa che è assolutamente opposto alla direzione dei mercati e degli interessi dell’Italia».

Confindustria non ha accolto con favore la legge di Bilancio 2019.

«Faccio un gioco di parole, dobbiamo subito bilanciare questa legge di Bilancio che prevede misure di assistenzialismo e incremento della spesa corrente, ma non c’è nulla per gli investimenti pubblici, non c’è nulla per incentivare gli imprenditori a investire: è stato depotenziato persino il piano Industria 4.0. Ci sono pochissimi segnali positivi che non bastano a bilanciare misure come reddito di cittadinanza e quota 100, due misure che da sole non servono a nulla, anzi».

Eppure uno degli slogan del governo è che questa manovra darà ai giovani nuove opportunità. 

«Per i giovani mi sarebbe piaciuto tutt’altro. Se penso al reddito di cittadinanza, abbiamo lanciato una proposta: facciamo un reddito per lo sviluppo piuttosto che per la cittadinanza. Era molto più di una provocazione per questo governo, che comunque non ha colto: aiutiamo chi si mette in proprio, chi apre un’attività commerciale o imprenditoriale, diamo a chi ha il coraggio di investire un reddito di sviluppo e a tutti i collaboratori dei neo-imprenditori un contributo per 18 mesi. Sarebbe stato un reddito per lo sviluppo del Paese. Questa richiesta-provocazione, è giusto dirlo, è stata in parte accolta nel decreto - includendo la possibilità per le aziende di avere uno sgravio per il residuo del reddito di cittadinanza non goduto dal lavoratore che si assume - è positivo, ma è troppo poco. Mi sarebbe piaciuto vedere qualcosa in più, per esempio nel premio che si dà alle persone che rinunciano al reddito di cittadinanza per investire mettendosi in proprio. Così lo Stato avrebbe premiato e riconosciuto il valore dell’iniziativa imprenditoriale. Soprattutto per i giovani».

Cosa rimprovera all'esecutivo?

«Nel momento in cui abbiamo bisogno di tutte le nostre migliori risorse, dobbiamo investire e scommettere sui giovani. Investire sulla formazione e cercare di attirare in Italia i migliori cervelli. Non dobbiamo solo preoccuparci dei cervelli in fuga italiani che vanno all’estero, che certo è un danno per il Paese, ma dovremmo pensare davvero a come attirare in generale i cervelli migliori. Qui invece non si guarda al futuro del Paese, non si guarda ai giovani, al lavoro. Quella del governo è una visione miope: è deludente soprattutto perché il Parlamento attuale ha un’età media che non è mai stata così bassa. Da delle Camere così giovani io mi sarei aspettato una visione per i giovani, per il futuro del Paese. Mi sembra che oltre al governo del cambiamento, che non è del cambiamento ma dell’arretramento, c’è un Parlamento che, nonostante l’età media così bassa, non comprende le esigenze dei giovani, non solo dei giovani imprenditori».

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