L'ECONOMIA

Sì ai professori universitari col doppio lavoro: l'idea della Lega

Federico D'Ambrosio - 02/02/201913:21Aggiornato 02/02/2019 16:04

Una proposta con primo firmatario Mario Pittoni, senatore della Lega e presidente della Commissione istruzione, consentirà a docenti e ricercatore assunti full-time di svolgere attività esterne retribuite, a patto di versare 10% dei compensi nelle casse dell'ateneo

La Lega liberalizza le consulenze dei professori, riaprendo le porte al doppio lavoro nell’accademia. Una proposta, con primo firmatario il senatore e presidente della Commissione istruzione Mario Pittoni, consente ai docenti e ai ricercatori a tempo pieno «lo svolgimento di attività di consulenza extraistituzionali realizzate in favore di privati, enti pubblici oppure anche per fini di giustizia, nel rispetto degli obblighi istituzionali», a patto di avere l’approvazione del direttore di Dipartimento e del rettore e di versare il 10% del compenso all’ateneo, per aiutare a finanziare borse di studio e assegni di ricerca.

L’incipit del testo sembra esprimere un’ovvietà - se uno rispetta i suoi obblighi istituzionali può fare anche altro - ma la regolamentazione del lavoro dei professori universitari è tutt’altro che intuitiva. Anche perché il controllo sul lavoro accademico è difficile da quantificare: per essere tale, oltre alla docenza include la ricerca, la organizzazione di gruppi di lavoro o seminari, la  presenza in ateneo per studenti e ricercatori.

L’articolo 53 del decreto legislativo 165 del 2001 impone l’esclusività professionale a chi lavora per la Pubblica amministrazione. Il tempo pieno dei docenti, di fatto, è incompatibile con praticamente tutte gli impegni professionali esterni. Nel 2010 la riforma Gelmini distingue i docenti a tempo pieno e tempo definito: un docente full-time deve garantire un minimo di 350 ore lavorative all’anno in ateneo, all’interno delle quali rientrano le lezioni, ma anche l’organizzazione delle attività di studio e ricerca, i ricevimenti e la strutturazione dei corsi, e non può avere un secondo lavoro esterno all'università; un docente a tempo definito scambia l'abbassamento dello stipendio (ma anche delle ore garantite, minimo 250) con la possibilità di lavorare privatamente.

 

ANSA |

 

A professori e ricercatori a tempo pieno sono comunque consentite, sempre nel «rispetto dei loro obblighi istituzionali, attività di valutazione e di referaggio, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, nonché attività pubblicistiche ed editoriali», anche con retribuzione. Quindi, per tenersi lo stipendio completo, molti docenti hanno instaurato rapporti di consulenza abituali, intascandosi sia i pagamenti regolari dell'università che quello di clienti esterni, senza passare al tempo definito.   

 

411 professori indagati 

Queste irregolarità sono radicate e diffuse. Professori dal Nord al Sud spendono pochissimo tempo in ateneo, privilegiando attività esterne senza rinunciare allo stipendio statale. L’ampiezza del fenomeno è stata testimoniata recentemente dal «Progetto Magistri», un’inchiesta della Guardia di Finanza che indagando 411 professori universitari ha portato alla luce un danno erariale da 24 milioni di euro. I docenti indagati non erano quasi mai in università, ma incassavano comunque lo stipendio completo insieme al compenso delle loro attività esterne. È importante sottolineare, però, che moltissimi casi dell’inchiesta sono stati archiviati - se il discrimine è il rispetto degli obblighi istituzionali, molti professori riescono a insegnare e lavorare occasionalmente con giornali, istituzioni e aziende, senza necessariamente commettere illeciti.

 

 

Il doppio lavoro dei docenti fa parte di una dimensione ambigua, dove la burocrazia può essere contemporaneamente un ostacolo alle attività extra-ateneo legittime e un mezzo per aggirare la legge per gonfiare il portafoglio. La proposta della Lega, che non distingue tra docenti a tempo pieno e a tempo definito, può essere vista come un modo di alleggerire le complicazioni amministrative, di fatto rimettendo la decisione finale a un accordo a due tra ateneo e docente, o come un mini-condono: a fronte di un’estesa illegalità, si prova a indirizzare parte delle entrate all’interno delle università.

 

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