L'ECONOMIA

Apple lancia i cellulari «ricondizionati»: comprare usato aiuta a sconfiggere le discariche illegali?

Felice Florio - 16/02/201900:05Aggiornato 16/02/2019 17:49

La buona pratica di vendere cellulari ricondizionati potrebbe contribuire a debellare lo smaltimento illegale di rifiuti hi-tech: i locali li bruciano per recuperare palladio, rame, argento e oro e per rivenderli sul mercato nero

I mercatini delle pulci esistono da secoli: si sono evoluti e, dalle fiere medievali, si è passati a piattaforme di e-commerce dove si vende di tutto, da ogni angolo del mondo. Adesso la Apple ha deciso di lanciare anche in Italia il suo servizio del “come nuovo”: sul sito ufficiale è possibile comprare prodotti ricondizionati, ovvero riparati dalla stessa azienda, dopo aver sostituito la batteria o la scocca esterna ad esempio, e venduti completi di auricolari, accessori e con una garanzia Apple di un anno. Sul prezzo pieno di IPod, iPhone e Mac si riceve uno sconto che va dai 50 ai 600 euro. L’unico svantaggio nell’acquistare un prodotto ricondizionato ufficiale è la scatola, totalmente bianca e non con la solita grafica Apple, e la breve garanzia di 12 mesi. Tuttavia, lo sconto e la certezza del controllo qualità applicato dalla casa produttrice fanno di questa scelta una valida opzione low cost per chi vuole a tutti i costi un melafonino.

Ma non è immediato pensare a quale sia il vero vantaggio di comprare un prodotto tecnologico ricondizionato. Non è immediato perché ci sono più di 4.000 chilometri che separano l'Italia dal Ghana. Eppure le distanze si trasformano in opportunità per chi deve smaltire tonnellate di materiale tecnologico. Tornano a essere un problema quando inquinamento e microplastiche invadono i quattro angoli del pianeta. Comprare un prodotto usato, ma "come nuovo", può contribuire a non creare altre città come Guiyu, in Cina, e Agbogbloshie, la Sodoma del Ghana.

Cina, Filippine, India, Nigeria e Ghana sono la discarica del mondo. Almeno per quanto riguarda i rifiuti hi-tech e di elettrodomestici. Secondo l'agenzia per l'ambiente delle Nazioni Unite, ogni anno vengo prodotti circa 50 milioni di tonnellate di spazzatura tecnologica. Uno spreco stimato di 62,5 miliardi di dollari. I maggiori produttori sono Stati Uniti e Europa e, nonostante l'adozione da parte della maggior parte dei Paesi dell'Occidente della Convenzione di Basilea per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, si stima che oggi solo il 20% di questi venga riciclato. Il primato per la produzione di rifiuti elettronici lo detiene Hong Kong: nel 2015 i suoi abitanti hanno prodotto in media 21,7 chilogrammi.

I problemi sorgono quando il mercato dello smaltimento e del riciclaggio finisce in mano a raccoglitori informali. Dove le maglie del controllo internazionale si fanno più larghe, si sono sviluppate vere e proprie discariche, colline di componenti elettronici dove i residenti smaltiscono i rifiuti bruciandoli all'aperto o per mezzo di soluzioni acide artigianali. Lo fanno per recuperare palladio, rame, argento e oro nei materiali e rivenderlo sul mercato nero.

Agbogloshie, in Ghana, è una periferia della capitale Accra. Un mercato ortofrutticolo, una discarica di rottami metallici e di componentistica elettronica e un grande baraccopoli sviluppatasi sui detriti. I locali l'hanno ribattezzata "Sodoma". Il panorama è fatto da rottami di macchinari, attrezzature domestiche, automobili, autobus, biciclette, generatori, condizionatori d'aria, computer, cellulari e tutto ciò che è il simbolo dell'avanzamento tecnologico delle società Occidentali. Qui vivono circa 80.000 persone: per ognuna, c'è un'altissima probabilità di soffrire di disturbi respiratori dovute alle esalazioni della discarica e dell'inquinamento che finisce per contaminare gli alimenti che finiscono sulle loro tavole.

Ogni giorno, c'è un via vai di abitanti che dal porto di Tema scaricano qui container interi di rifiuti importati come prodotti tecnologici di seconda mano: li incendiano nella speranza di setacciare metalli preziosi da rivendere. Questa situazione ha fatto di Agbogbloshie uno dei dieci luoghi più inquinati della terra: la concentrazione di metalli pesanti nell'acqua supera costantemente i limiti consentiti. Qui, racconta chi c'è stato, «l'aria odora di morte».

Guiyu, conosciuta come «la città veleno». Ci vivono 150.000 persone e da vent'anni l'economia ruota intorno allo smaltimento di rifiuti elettronici. Nazionali e importati. I livelli di inquinamento di piombo, rame e metalli pesanti superano di 300 volte la media della Cina. Cinque mila imprese di stoccaggio e trasformazione di rifiuti che lavorano un milione e mezzo di tonnellate ogni anno. Le Nazioni Unite hanno segnalato che in questa regione ci sono i livelli di diossina più alti mai registrati in tutto il pianeta. 

Ma sono le vertigini, le gastriti croniche e l'incidenza di tumori degli abitanti che preoccupano gli osservatori internazionali. Chi c'è passato, racconta Guiyu come un enorme cimitero a cielo aperto fatto di computer e cellulari dismessi: dai satelliti, l'area totale di discarica risulta ampia 52 chilometri quadrati. Anche qui il problema principale sono le attività di sussistenza dei residenti, i modi in cui provano a sopravvivere. Con metodi artigianali vivono del recupero di oro, rame, piombo e altri metalli preziosi, poi rivenduti alle aziende: li ricicleranno per creare nuovi cellulari che, purtroppo, rischiano di finire ancora qui o in qualche angolo dimenticato del mondo.

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