L'ECONOMIA

Perchè Google ha preso un'altra multa dalla Commissione europea (da 1,49 miliardi di euro)

Valerio Berra - 20/03/201915:23Aggiornato 20/03/2019 16:20

Questa volta la sanzione riguarda il servizio AdSense for Search, i box di ricerca di Google che si trovano fuori dal motore di ricerca. Dal 2017 questa è la terza multa che arriva a Mountain View da Bruxelles

Una nuova multa della Commissione europea, sempre per Google. Questa volta la cifra fissata è di 1,49 miliardi euro. Il motore di ricerca è stato sanzionato per abuso della posizione dominante con la piattaforma AdSense, che opera nel settore della pubblicità per i motori di ricerca. Ancora una volta la donna dietro questo provvedimento è Margrethe Vestager, politica danese che ricopre il ruolo di Commissario Europeo per la concorrenza.

«La cattiva condotta è durata dieci anni e ha impedito alle altre aziende di competere sul merito e innovare». Ha spiegato la commissaria, per poi rincarare la dose su Twitter: «Non dovrebbero seguire questa condotta. Nega ai consumatori la possibilità di scegliere, di trovare prodotti innovativi e prezzi equi».

Dopo l'annuncio il titolo di Alphabet, la holding che accoglie al suo interno anche Google, ha subito diverse oscillazioni in Borsa. 1,49 miliardi di euro non sono pochi, nemmeno per una compagnia che nel 2018 ha fatturato oltre 120 miliardi di euro.

AdSense for Search, perchè Google è stata multata

L'inchiesta della Commissione europea si concentra sugli accordi tra Google e diversi clienti per la vendita del servizio AdSense for Search. Adsense è il servizio di Big G che permette di inserire la pubblicità in un qualsiasi sito. Secondo i dati rilasciati dalla compagna viene usato da circa 2 milioni di persone.

Il servizio si occupa di selezionare le pubblicità in base ai contenuti del sito, di farla apparire sull'home page del portale che viene scelto e quindi di garantire i pagamenti per tutti i click che vengono fatti sui banner. Ovviamente, dividendo una fetta della torta con Google.

Foto Ansa | Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza

AdSense for Search è un servizio ancora più specifico. Permette di inserire nel proprio sito una barra di ricerca che sfrutta la potenza di Google permettendo comunque all'utente di restare sulla stessa pagina.

Ed è proprio qui che la Commissione europea ha voluto intervenire. Secondo le loro analisi dal 2006 Google ha iniziato a inserire delle clausole che prevedevano delle restrizioni nelle pubblicità delle pagine di ricerca aperte dopo aver digitato qualcosa su AdSense for Search.

Ogni nuova pagina aperta corrisponde a nuovi spazi pubblicitari. Secondo Bruxelles, il motore di ricerca avrebbe impedito ad altri servizi di gestire la pubblicità di queste pagine, firmando accordi vincolanti che tagliavano fuori dagli spazi pubblicitari più in vista altri operatori.

Dal marzo 2009 Google era riuscito a imporre in questi contratti anche l'obbligo di essere avvisata nel caso i gestori dei siti cambiassero la disposizione dei banner. E così il colosso di Mountain View era riuscito a diventare leader di questo settore, con una quota di mercato superiore del 70%. A partire dal 2016 queste clausole sarebbero però state rimosse.

La risposta del motore di ricerca è arrivata dalle parole di uno dei suoi rappresentati, Kent Walker: «Siamo sempre stati d'accordo che sia nell'interesse di tutti operare in mercati sani e dinamici. Abbiamo già fatto molti cambiamenti ai nostri prodotti per seguire la direzione indicata dalla Commissione europea. Nei prossimi mesi saranno fatti nuovi aggiornamenti per dare più visibilità ai rivali in Europa».

Per cosa sono arrivate le altre multe a Google

La Commissione europea aveva già sanzionato il motore di ricerca. Altre due volte. La prima è stata nel giugno 2017, quando era arrivata una multa di 2,42 miliardi di euro per aver violato le norme sull'antitrust. In questo caso l'accusa, arrivata dopo un'indagine di sette anni, era di manipolare i risultati delle ricerche per favorire Google Shopping, un servizio che permette di comparare i prezzi degli stessi prodotti venduti da piattaforme diverse.

Foto ANSA | La sede di Google a Mountain View, California

La seconda multa è invece del luglio 2018 e ammontava a 4,3 miliardi di dollari. L'accusa era sempre quella di abuso di posizione dominante. In pratica si contestava a Big G che i dispositivi basati sul sistema operativo Android avessero pre installata l'app Google Chrome.

Così da portare gli utenti a scegliere direttamente questo servizio, senza prendere in considerazione altri motori di ricerca. Non si tratta esattamente di qualche telefono. A metà del 2018, secondo i dati di Statista, l'88% degli smartphone nel mondo usava il sistema operativo di Big G.

Appena prima della nuova multa Mountain View aveva annunciato che nei prossimi mesi in Europa i possessori di telefoni Android potranno scegliere se usare come motore di ricerca Chrome o un rivale. Alphabet ha contestato entrambe le multe, ricorrendo in appello.

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