LE NOSTRE STORIE

Una storia Normale: perché gli studenti dell'università di eccellenza si sono mobilitati

Henry Albert - 07/01/201920:44Aggiornato 14/02/2019 15:55

La proposta di creare un distaccamento della Scuola Normale di Pisa a Napoli ha portato alla luce gravi problemi di trasparenza

Il 9 gennaio si riunirà il Senato accademico della Scuola Normale Superiore di Pisa. L’ordine del giorno avrà due soli punti: le comunicazioni del direttore, e il voto su una mozione di sfiducia al direttore - la prima nella storia (secolare) della Normale. Vincenzo Barone dovrà lasciare il posto se due terzi del Senato voteranno la sfiducia, il che, a meno di clamorosi colpi di scena, è ormai certo.

I problemi di Barone cominciano a dicembre. I giornali parlano di una collaborazione tra l'Università degli Studi Federico II di Napoli e la Normale di Pisa per creare una Scuola Normale Superiore Meridionale a Napoli. I protagonisti dell'accordo sono Vincenzo Barone e a Gaetano Manfredi, rettore della Federico II e presidente della Conferenza dei rettori italiani. In ballo ci sono 91 milioni di euro, frutto di un emendamento alla manovra finanziaria, a opera di Silvana Comaroli (Lega) e Raphael Raduzzi (M5s), che serviranno ad avviare un triennio sperimentale con 150 studenti e 64 dottorandi.

La maggioranza della Normale di Pisa (studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo) sembra cascare dalle nuvole: la prima comunicazione relativa a questo progetto non è avvenuta internamente, ma arriva dai media. Da lì a pochissimo viene convocata la prima assemblea studentesca, arrivano le prime contestazioni e la mozione di sfiducia. Il precedente rettore, Salvatore Settis, si esprime in maniera apertamente critica.

Protesta anche Michele Conti, sindaco leghista di Pisa, come i normalisti all'oscuro di tutto. Il sindaco è preoccupato che un distaccamento meridionale della Normale - specialmente uno autonomo - possa danneggiare la sua città. L’11 dicembre, dopo un incontro in ministero tra Barone, Conti, e Manfredi, il progetto salta. Conti esulta, chiamandolo uno dei risultati "più eccellenti degli ultimi 40 anni". In realtà l’Università Superiore a Napoli nascerà comunque: non sarà "Normale", ma autonoma e inserita nella rete delle Scuole di Eccellenza, con lo stanziamento di 50 - e non più 91 - milioni di euro.

Barone si chiude in un silenzio totale. Non parla più con la stampa, né comunica in maniera ufficiale con docenti e studenti. Ieri la Repubblica diffonde un appello di 287 docenti a favore del direttore e del progetto originale. L’assemblea degli studenti della Scuola Normale riprende la notizia e interviene su Facebook.

Abbiamo contattato i rappresentanti dei docenti Gianpiero Rosati (preside della Classe di lettere e filosofia), Andrea Ferrara (preside della Classe di scienze) e Donatella Della Porta (preside dell’Istituto di scienze umane e sociali): hanno deciso di non rilasciare interviste fino al termine del Senato accademico di mercoledì, dopo il quale diffonderanno un comunicato. Andrea Pantani, responsabile delle relazioni esterne per la Scuola, ci ha confermato che anche Vincenzo Barone non rilascerà interviste.

Ha invece parlato con noi Michele Gammella, studente di storia antica e rappresentante degli allievi della Normale.

«Non abbiamo osteggiato il progetto di un allargamento della Scuola per motivi campanilistici, o peggio ancora reazionari. Il direttore è stato rappresentato come un martire dell'innovazione, ma basta entrare in una qualsiasi aula universitaria, o pensare ai rapporti di forza tra studenti e rettore, per capire quanto sia assurda questa associazione».

Qual è allora il motivo principale della vostra mozione di sfiducia?

«Contestiamo al rettore l’assoluta mancanza di trasparenza su un progetto di grande importanza. Il progetto della Scuola Normale meridionale è stato venduto come un progetto a guida della Scuola Normale di Pisa, ma in realtà l’unica persona coinvolta è stato il direttore.

A dicembre leggiamo del progetto sui giornali, senza che ci sia stata alcuna comunicazione interna. Abbiamo immediatamente convocato una conferenza di ateneo, insieme ai docenti e al personale tecnico-amministrativo. Nonostante gli articoli presentino già molti elementi di pianificazione, come i possibili corsi, il rettore ci dice che sono sue proposte estemporanee per un progetto ancora da definire, e che tutto sarebbe stato ampiamente discusso.

Pochi giorni dopo troviamo l’emendamento, e scopriamo che molte cose sono già state decise. Quindi c’è già stata una discussione, ma non ci è stato dato sapere nulla perché non siamo stati coinvolti. Oltre alla mancanza di comunicazione iniziale, riceviamo risposte contraddittorie alle nostre richieste di chiarimento. È venuto meno il rapporto di fiducia, e quindi abbiamo avanzato la mozione. Ci siamo sempre tenuti aperti a ulteriori chiarimenti, che non sono mai arrivati. Solo gli auguri di Natale».

Ma non è compito del direttore prendere questo tipo di decisioni?

«Il direttore non è un monarca assoluto. Nella mancanza di comunicazione c’è un problema metodologico di sostanza, e non di forma: per le decisioni che riguardano la Scuola Normale, e non il professor Vincenzo Barone, la Scuola non può ridursi a Vincenzo Barone. Quando la Normale ha assorbito l’Istituto italiano di Scienze umane, nel 2013, la decisione è stata discussa e votata dagli organi di governo della scuola. Perché un processo ancora più importante è avvenuto in segreto?»

Come ripartirete dopo il prossimo senato accademico?

«La nostra preoccupazione principale è l'organizzazione interna. Sono state prese delle decisioni che non sono mai state prese prima, con delle contrapposizioni mai così nette. Abbiamo perso quello che credevamo un avversario leale. Questa è stata una fase distruttiva - siamo molto ansiosi di passare a quella costruttiva».

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