LE NOSTRE STORIE

Indagine sui lavori che nessuno vuole. Emma: «Ecco perché mi sono licenziata dopo due settimane da commessa»

Open - 26/01/201917:12Aggiornato 26/01/2019 17:33

Continua il nostro viaggio dedicato ai lavori che "i giovani non vogliono fare". Ci sarebbero migliaia di posti vacanti in vari settori dell'economia. Le storie di vita raccontano però un'altra versione

Continua il nostro viaggio dedicato ai lavori che "i giovani non vogliono fare". Secondo i dati della ricerca di Excelsior Unioncamere che abbiamo riportato in un recente articolo, ci sarebbero migliaia di posti vacanti in vari settori dell'economia, ma le aziende farebbero molta fatica a trovare persone da assumere.

Per capire meglio le ragioni per cui i ragazzi scelgono di lasciare una certa professione, e per non cadere nella facile logica dei "giovani fannulloni", abbiamo deciso di raccontare alcune storie di chi ha provato ad accettare molte delle proposte ricevute, trovandosi in situazioni ai limiti della dignità e della legalità.

Ecco la storia di Emma, ragazza di 30 anni che lavora dai tempi dell'Università. «Io sono di Bari, ma mi sono trasferita a Milano per questioni di studio», ci spiega. «Dopo alcune esperienze di stage, avevo voglia di tornare nella mia città di origine per cercare di superare i luoghi comuni sul Sud. Devo dire di non essere stata molto fortunata». 

«Durante il periodo natalizio, ho lavorato senza contratto per due settimane in una boutique di abbigliamento di lusso per bambini, fornita anche di un reparto di e-commerce», racconta Emma. «Non ho insistito da subito perché speravo di poter continuare a lavorare con loro, pensando ingenuamente che, in caso di esperienza positiva, la questione sarebbe venuta fuori da sola».

Quali erano i tuoi compiti?

«La situazione era ai limiti dell'assurdo. Il proprietario non voleva assumere una ditta delle pulizie, quindi io e i miei colleghi, oltre ad occuparci delle vendite, dovevamo farci carico della pulizia degli uffici per l'e-commerce, della boutique e dei due gabinetti. Svolgevamo molte più mansioni di quelle dovute, eppure era come se fosse una cosa normale».

Com'era la situazione?

«Gli orari erano dalle 9 del mattino alle 20.30 di sera, con turni continuativi almeno due volte a settimana. Era il periodo natalizio, quindi il negozio era aperto anche la domenica: si lavorava sei giorni e mezzo su sette. La regola segreta era "più rimani meglio è". Tutti i miei colleghi facevano così, e a me non andava di fare la pecora nera». 

Perché hai deciso di andartene dopo sole due settimane?

«Ho deciso di andarmene perché gli orari e le mansioni erano improponibili. I miei colleghi erano nella stessa condizione da anni. La seconda settimana ho preso coraggio e me ne sono andata. Ma la cosa migliore è arrivata dopo: quando ho comunicato la mia decisione, non mi hanno nemmeno pagato i giorni lavorativi». 

Come hai reagito al mancato pagamento?

«All'inizio mi avevano proposto di continuare a collaborare da casa, ma poi pian piano sono spariti e non li ho più sentiti. Io non ho avuto il coraggio di reagire. Sembra assurdo detto in questo periodo storico, ma il posto fisso è ancora il mio sogno nel cassetto». 

Come hai trovato questo lavoro?

«Un mio conoscente di Milano aveva passato il mio curriculum a questa azienda. Mi dissero che non avevano in programma di assumere nessuno ma che, date le mie competenze, avrebbero fatto un'eccezione».

Che tipo di formazione hai?

«Ho una laurea triennale in Lettere, una magistrale in Scienze dell'Informazione Editoriale Pubblica e Sociale e un master a Milano in Marketing e Comunicazione d'Impresa. Per anni mi sono districata tra stage in varie agenzie e aziende».

Com'è stata l'esperienza dello stage?

«A volte non sono rinnovabili, a volte non sono formativi. In una di queste esperienze ero arrivata in sostituzione di una ragazza in maternità, e l'azienda mi aveva addirittura fatto un contratto in regola. A un certo punto, però, hanno iniziato a farmi mobbing: mi hanno spostata in un ufficio da sola, impedendomi di avere qualsiasi tipo di comunicazione con le mie colleghe. Alla fine, ho scoperto che stavano aspettando che mi licenziassi per assumere un'altra ragazza, che nel frattempo avevano già iniziato a formare a mia insaputa». 

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