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I movimenti che vogliono ridisegnare l'Europa: i cechi del Partito Pirata Europeo

Emma Bubola, Riccardo Liberatore - 16/02/201907:19Aggiornato 01/03/2019 22:46

È  uno dei nuovi partiti che dovrebbe lasciare il segno nelle prossime elezioni europee di maggio. I Pirati Cechi hanno un'immagine bizzarra, ma fanno sul serio. Nel loro Paese sono già diventati il terzo partito e ora vogliono sbarcare a Strasburgo. In questa nuova puntata sulle elezioni europee Open ha intervistato il leader del movimento Ivan Bartoš

Ivan Bartoš è un pirata fuori dal comune. È a capo del terzo partito politico della Repubblica Ceca e candidato all’europarlamento, dove potrebbe stabilire un nuovo primato, diventando se non il primo pirata ad essere deputato, il primo deputato con i dreadlocks (non ci risulta che ce ne siano stati altri, ma accettiamo le vostre segnalazioni). Il mare in cui ha imparato a navigare è il web. Prima di diventare un politico, Bartoš è stato ingegnere informatico.

Dalla Svezia alla Germania, i Partiti Pirata si sono formati in vari paesi europei, coalizzandosi ufficialmente nel Partito Pirata Europeo. Il loro obiettivo è tecnico e tecnologico: sovvertire il sistema di copyright esistente e rendere l’informazione libera e accessibile a tutti. Un po’ Wikileaks, un po’ Movimento 5 stelle, anche se Bartoš prende le distanze, dicendo che il suo partito «non è populista». Ma come il Movimento 5 Stelle anche i pirati cechi hanno fatto dell’onestà un grido di battaglia, cavalcando l’onda di disillusione nei confronti dei partiti mainstream nel Paese.

Alle elezioni del 2017 i Pirati hanno ottenuto quasi l’11 per cento delle preferenze. L’attuale primo ministro, Andrej Babiš, gli ha chiesto di formare una coalizione: Bartoš e i suoi hanno risposto che avrebbero accettato soltanto se fosse stato impedito ai condannati di avere delle cariche. Babiš, indagato con l'accusa di aver intascato 2 milioni di euro in sussidi europei, ha rifiutato. Oggi il partito Pirata può vantarsi di aver conquistato Praga, riuscendo a far eleggere un suo membro a Sindaco della città.

Nel 2014 aveva ottenuto poco meno del 5% dei voti, non abbastanza per arrivare a Strasburgo. Alle europee di quest’anno sono convinti di poter ottenere il 20%, presentandosi con 5 deputati al Parlamento, circa un quarto del totale dei seggi che spetta al Paese. Una predizione vicina anche al pronostico di politico.eu. Il loro programma è ancora in fase di elaborazione, ma i Pirati europei sentono già di avere il vento in poppa. Li abbiamo intervistati.

Esistono partiti pirati in tutta Europa ma il vostro è quello che ha maggior successo, come mai?

«Perché impariamo dagli errori degli altri. Al contrario di altri, abbiamo deciso di non presentarci come un partito di informatici. Tra noi abbiamo insegnanti, assistenti sociali, lavoratori, accademici. La libertà di informazione e la tutela del web rimane una nostra priorità, ma la libertà di informazione non è quella che porta il cibo a tavola la sera. Avere un programma sociale è importante, l’istruzione è importante, se si vuole avere successo bisogna affrontare i bisogni quotidiani dei cittadini. Se i cittadini avranno di che mangiare avranno anche il tempo per informarsi in modo corretto e fare attenzione alle proprie fonti. È facile fare politica occupandosi di un piccolo gruppo di persone interessate all’informatica di cui si conoscono i bisogni specifici, ma è anche limitante. C’è anche da dire che la Repubblica Ceca è più piccola della Germania, quindi è più facile che piccoli partiti riescano ad emergere».

La libertà di informazione e la tutela del web rimane comunque uno dei punti fondamentali della vostra politica?

«Certo. Come spiega Alvin Toffler, nel libro Third Wave, Terza Ondata, dopo l’Età industriale ora siamo passati nell’Era dell’Informazione. Ma nessuno dei partiti tradizionali sembra essersene accorto. Ora l’informazione è il pilastro fondante della democrazia. Noi siamo gli unici ad aver messo in luce che da 30 anni il vero potere è in mano a coloro che detengono l’informazione e abbiamo affrontato i limiti e le opportunità di questo cambiamento sociale significativo. Il parallelo più facile è quello con il partito dei Verdi: quando è nato il partito, a nessuno importava dell’ambiente. Loro hanno affrontato questa questione in modo chiaro e diretto e ora tutti i partiti hanno inserito l'ambiente nella loro agenda. Noi abbiamo iniziato così, difendendo la trasparenza dell’informazione e la privacy dei nostri cittadini. Poi abbiamo esteso questi valori all’intero spettro politico: l’economia, l’ambiente, gli affari esteri, i trasporti».

Il partito pirata svedese si definisce di sinistra e libertario, anche voi lo siete?

«No. Dal principio abbiamo rifiutato la divisione canonica tra destra e sinistra. Siamo un partito liberale di centro e in Parlamento collaboriamo con chiunque abbia un’idea intelligente. La nostra visione di liberalismo non è il laissez faire. Crediamo nei social network che collegano le persone individualmente ma crediamo anche nelle misure sociali e nel controllo statale. La sanità, l’energia, l’acqua non possono essere privatizzate, se il mercato venisse lasciato libero si arriverebbe al dominio assoluto delle grandi società».

Che cosa pensate del Green New Deal?

«Il cambiamento climatico è un grave problema che dobbiamo combattere: la società di domani dev’essere sicuramente più sostenibile. Ma queste problematiche devono essere affrontate in modo più pragmatico che ideologico. Nel movimento verde c’è molta ideologia e spesso si finisce per mettere da parte le necessità delle persone ordinarie. Se la gente non ha i mezzi per farlo, non adotterà mai stili di vita eco-responsabili. Non si può parlare di rinnovabili senza prendere in considerazione il costo dell’energia, non puoi levare la macchina a chi non ha mezzi di trasporto alternativi».

Chi vota per voi in Repubblica Ceca?

«Entrare nella politica mainstream ci ha aiutato molto. All’inizio non avevamo grossi finanziamenti come gli altri partiti cechi, tra cui il partito di governo, che è guidato da un miliardario. Da quando siamo entrati in Parlamento abbiamo avuto accesso ai media tradizionali e la popolazione ceca si è resa conto che non eravamo un gruppo di nerd o di studenti delle superiori, ma che ci volevamo occupare dell’intera società ceca. Hanno potuto entrare in contatto con le nostre proposte e trovarle interessanti. I giovani rimangono comunque la nostra principale base elettorale: alle ultime elezioni abbiamo creato un sistema che permettesse ai ragazzi di votare senza essere obbligati a tornare nel loro villaggio d’origine. Tra i nostri elettori ci sono moltissimi elettori alla loro prima volta, ma ora la nostra base elettorale si è estesa. Il nostro zoccolo duro sono persone che hanno tra i 25 e i 45 anni».

È cambiato anche il vostro messaggio oltre che il vostro appeal da quando siete entrati in Parlamento?

«Siamo sicuramente diventati più professionali e abbiamo acquisito molte competenze, ma abbiamo mantenuto il nostro approccio attivista. Sono sempre io che gestisco i nostri social media. Il mio numero di telefono è pubblico da 10 anni e chiunque può chiamarmi».

Vede qualche punto in comune tra il vostro partito e il Movimento 5 Stelle italiano?

«Nessuno. Anzi, l’unica cosa che abbiamo in comune è che siamo stati creati entrambi da persone brave con il computer. Noi non ci consideriamo populisti, non abbiamo mai parlato alla pancia del nostro elettorato. Le analisi linguistiche dei nostri discorsi mostrano che le nostre campagne sono razionali, usano i fatti e non le emozioni. A noi non interessa dare la colpa ai governi precedenti, quello che ci interessa è risolvere i problemi».

Quali sono tre riforme che vorreste implementare a livello Europeo? 

«Innanzitutto servirebbe una tassa comune europea sulle società, per vietare alle multinazionali di operare in Paesi come la Repubblica Ceca senza pagare le tasse qui. L’Europa dovrebbe occuparsi in maniera decisiva delle grande piattaforme digitali come Facebook, Google, Uber, che hanno troppo potere di negoziazione contro piccoli stati come la Repubblica Ceca. L’ultima riguarda i rifugiati: non siamo mai stati d’accordo con le quote e la redistribuzione dei rifugiati: non risolve il problema. L’Europa dovrebbe creare una politica di asilo unitaria».

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