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Il lato oscuro delle app per tracciare il ciclo mestruale: tra incauta contraccezione e gravidanze indesiderate

Maria Pia Mazza - 07/03/201907:59Aggiornato 07/03/2019 16:48

(Quasi) tutte le donne in età fertile le usano e i dubbi sull'affidabilità e sulla sicurezza per le utenti sono tanti, ma in Italia il tema pare non esistere. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Stefania Piloni e con una ragazza che ha avuto una gravidanza indesiderata dopo essersi fidata troppo di una di queste app

Negli ultimi anni, in Italia, si è sempre più parlato di fertilità. Il concetto di fertilità è però sempre stato collegato indissolubilmente alla procreazione, con il fine ultimo di mettere al mondo un figlio. Totalmente assenti dal dibattito (politico e non) sono i temi legati alla fertilità nella sua interezza e complessità. Mestruazioni, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione tumorale, sono solo alcuni temi che in Italia sembrano essere ancora un tabù: divisivi sul fronte generazionale, ma ancor di più su quello medico, scientifico e divulgativo.

Se a queste premesse aggiungiamo il ruolo sempre più rilevante e capillare della tecnologia, ci addentriamo in un mondo completamente nebuloso.

Un esempio di applicazione di monitoraggio per il ciclo

Norber Wiener, uno dei padri della cibernetica, già nel 1950 nel volume Introduzione alla cibernetica: l’uso umano degli esseri umani, lanciava un preciso monito: «Qualsiasi macchina costruita per prendere delle decisioni, se non possiede la facoltà di imparare, agirà sempre in conformità ad uno schema meccanico. Guai a noi se la lasceremo decidere della nostra condotta senza aver prima studiato le leggi che governano il suo comportamento, e senza sapere con certezza che questo comportamento sarà basato su principi che noi possiamo accettare».

Ed è proprio di fiducia e di decisioni affidate alla tecnologia senza conoscerne a pieno il funzionamento che si dovrebbe parlare oggi, considerando che il settore medico-tecnologico varrà, solo nell'ambito del femtecholtre 50 miliardi di dollari entro il 2025.

Le app per monitorare le mestruazioni e le fasi fertili del ciclo

Esiste un’app per tutto: esistono app che ci vengono incontro per gestire le finanze, esistono app che monitorano le nostre attività sportive, esistono app che monitorano la nostra salute. Queste applicazioni sembrano darci modo di avere un maggiore controllo sulla nostra vita, di poterla osservare e poterla programmare precisamente su un piccolo schermo, per aiutarci a capire come muoverci e quai decisioni prendere. Esistono app che aiutano le donne a tenere traccia della propria sessualità e della propria fertilità. Sugli store digitali se ne trovano a decine, più o meno valutate in base alla precisione, alla facilità di utilizzo e alla gratuità.

Il caso Natural Cycles

Tra le decine di applicazioni di questo genere, solo una ha ricevuto la certificazione di sicurezza e affidabilità dalla Fda (Food and Drug Administration), l'ente statunitense che regolamenta prodotti alimentari e farmaceutici. L'applicazione si chiama Natural Cycles e, attraverso un monitoraggio e calcolo algoritmico combinato del ciclo e delle temperatura basale, promette di riuscire a controllare le nascite in modo efficace e naturale, con probabilità di successo del 93%. L’applicazione, tuttavia, è subito finita nel vortice delle polemiche quando all’ospedale Södersjukhuset di Stoccolma sono state segnalate 37 gravidanze indesiderate nell’arco di 3 mesi, tutte correlate all’uso dell’applicazione. L'azienda tuttavia, dal canto suo, ha rimarcato come la percentuale di gravidanze indesiderate rientrasse nelle percentuali di effettiva funzionalità dell'applicazione. 

L'app Natural Cycle e il termometro per la temperatura basale

Cosa offrono le applicazioni che tracciano il ciclo mestruale

Certamente di queste applicazioni si mettono in luce sempre gli aspetti positivi: vengono presentate dai produttori e sviluppatori come uno strumento per monitorare - a loro dire - al meglio, in modo non invasivo e totalmente naturale, le varie fasi del ciclo mestruale, per individuare con precisione i periodi fertili e quelli in cui invece non si rischia di rimanere incinte. Sempre più spesso le donne, e in particolare modo quelle più giovani, le utilizzano però non solo per tracciare il ciclo, ma come vero e proprio contraccettivo.

La dottoressa Stefania Piloni. Foto: Radio Monte Carlo

Cosa pensano i ginecologi e medici esperti di queste applicazioni?

Parlando con la dottoressa Stefania Piloni, medico specialista in ostetricia e ginecologia, ne abbiamo avuto conferma. «Un super-potere che è stato dato alle ragazze è l’app del cellulare: moltissime ne fanno uso. Molte ragazze che restano incinte dicono “Ma come ho fatto a rimanere incinta se l’app diceva che non ero a rischio?" Loro usano il calendario dell’app come contraccettivo».

Come funzionano queste applicazioni?

«Le app funzionano attualmente in modo meccanico e programmato in modo standardizzato: se io ho mestruato oggi ovulerò fra 14 giorni. Non è che l’app fa un conto personalizzato, fa un conto di 14 giorni a partire dalla prima mestruazione».

Come andrebbero utilizzate queste applicazioni?

«L’app va gestita per sapere più o meno quando deve arrivare il ciclo o eventualmente al contrario, cioè in un’ottica per cui se voglio un bambino l’app mi indicherà indicativamente quali sono i giorni giusti. Il problema è usarla come contraccettivo».

Quali sono i contraccettivi più affidabili e quali rischi si corrono a non utilizzarli?

«Nelle giovani generazioni stanno aumentando le malattie sessualmente trasmesse perché è aumentata la promiscuità sessuale, ma non è aumentato l'uso dei contraccettivi, in particolare dei preservativi. Inoltre, i ragazzi si sentono davvero invincibili: un ragazzo e una ragazza giovani non hanno in mente la malattia. Questo è anche il bello dell’adolescenza. Però poi, in certi casi, arriva il fantasma. Quando sei più consapevole, verso i 18-20 anni, diventi più attento alla relazione che hai. Le donne devono imparare a pretendere l'uso del preservativo, per rispettare anzitutto se stesse, ma anche i loro partner attuali ed eventualmente futuri. Noi consigliamo di solito il doppio olandese, cioè l'uso combinato sia della pillola (o di contraccettivi similari), ma anche quello del profilattico. C’è da segnalare comunque che questo problema non riguarda solo i giovani: ci sono pazienti in menopausa che associano erroneamente il non avere più le mestruazioni all’abitudine di non usare più il profilattico, convinte di non rischiare più una gravidanza, esponendosi così a malattie sessualmente trasmesse».

Illustrazione di Leonard Beard - The Guardian

I possibili effetti avversi dell'uso delle applicazioni di monitoraggio del ciclo

Gli effetti dell’uso sbagliato di questi strumenti digitali può davvero sconvolgere la vita di una donna, in particolare se non vengono coniugati all'uso di metodi contraccettivi notoriamente conosciuti, come i trattamenti ormonali (pillola, spirale, anello, cerotto, ecc.) e/o il preservativo. Ne abbiamo parlato con una giovane ragazza che, a causa di una eccessiva fiducia nei confronti di una di queste applicazioni, ha avuto una gravidanza indesiderata e ha deciso di abortire.

Anche tu hai utilizzato applicazioni per tracciare la fertilità e il ciclo mestruale, giusto?

«Sì, le usano tutte le mie coetanee, ma anche donne più adulte. Sul telefono alcune ne hanno anche più di una e incrociano i dati per vedere se coincidono, ma succede raramente. Sono applicazioni poco affidabili. Io ne avevo una a pagamento che, dopo il periodo di prova, sbloccava tutte le funzioni dell’app. Pagando si ha l’impressione che il prodotto sia più affidabile e preciso, eppure...»

Eppure?

«Nonostante la aggiornassi in modo maniacale, quasi ossessivo, tutti i dati che richiedeva l’app per ottimizzare il feedback sono rimasta incinta lo stesso. Per me è stato uno choc, non solo fisico, ma soprattutto psicologico».

Hai abortito?

«Non volevo un figlio. Sono ancora troppo giovane: non avrei avuto modo di crescerlo. Non ho ancora un lavoro stabile, prima di tutto. E sono passati anni da quando è successo il fatto, quindi la mia scelta è stata tutto sommato un po' sofferta, ma razionale».

Eri rimasta completamente sola?

«Non proprio. Più che altro non me la sentivo di parlarne con nessuno, quindi facevo finta che tutto andasse bene. Sono sempre stata una ragazza con tante energie, molto propositiva, solare: non potevo mostrarmi debole davanti ai miei genitori e ai miei amici. Qualcosa forse si è notato, comunque. Non riuscivo più ad andare con costanza all’università, a studiare, a lavorare, a uscire con le amiche. Entravo in casa e recitavo davanti ai miei genitori, poi l’incubo iniziava quando restavo sola. I miei mi hanno aiutato quando gliel’ho confessato e mi hanno sostenuta molto nella fase post-aborto». 

Cos’è successo quando ti sei accorta di essere rimasta incinta?

«A parte l’immediata decisione di abortire non sapevo a chi rivolgermi per confrontarmi su quello che mi era successo. Su internet non trovavo niente. Al posto di dormire passavo il tempo a leggere opinioni, forum, pagine mediche, blog, gruppi sui social per cercare qualche donna a cui fosse capitata la mia stessa cosa, ma non trovavo niente. Poi, su qualche forum estero poi però ho trovato ragazze a cui era successa la stessa cosa e un po’ mi ha aiutato».

Cosa leggevi sui forum italiani?

«Nei forum italiani le utenti parlavano sempre dell’uso che ne facevano mentre cercano una gravidanza, non del contrario. Però leggendo anche le esperienze inverse il risultato non cambia: queste app non sono davvero affidabili, né come contraccettivi né per indicare il periodo più fertile».

E sui forum esteri?

«Stesse cose, ma ho trovato alcune ragazze che non riuscivano a capire perché erano rimaste incinte anche se l’app diceva che non erano a rischio. Non erano tante, ma c’erano. C’era maggiore dialogo e “supporto umano” tra le due parti: chi era rimasta incinta senza volerlo non veniva giudicata, chi cercava una gravidanza e non ci riusciva non se la prendeva con chi ci era riuscita».

Facciamo un passo indietro, un po’ brusco. All’epoca non utilizzavi contraccettivi?

«No, non usavo neanche la pillola, solo il preservativo, ma non sempre. Non ero molto promiscua, ero in una relazione stabile e conoscevo abbastanza bene i rapporti passati del ragazzo con cui stavo e mi fidavo, per cui non usavamo sempre il preservativo, ma non c’erano stati mai problemi».

Poi invece?

«Poi è successo che son rimasta incinta. L’app diceva che non ero nel periodo fertile, anche perché evitavo proprio i rapporti nei giorni in cui segnalava il rischio. Anche per quello non ho fatto ricorso alla pillola del giorno dopo. Sono stata troppo ingenua».

Ma le cose si fanno in due.

«Certo, ma noi ragazze, specialmente se alle prime esperienze, abbiamo la tendenza a lasciar fare comunque, per paura di rovinare le cose. Questo è sbagliato».

Cos’è successo poi?

«Un incubo continuo. Mi vergognavo, mi sentivo in colpa, mi sentivo stupida. Volevo sprofondare, non solo abortire. Non ero pronta, e il fatto di essere stata ingenua e stupida non faceva altro che crescere in me la convinzione di non poter portare avanti una gravidanza. Potevo prendermi cura di un bambino se non ero stata in grado neppure di non fidarmi di un’applicazione sul telefono?»

Poi hai abortito.

«Sì, dopo alcune settimane ne ho parlato con i miei genitori e ho abortito in una struttura ospedaliera con personale qualificato che mi ha trattato umanamente e non mi ha fatto sentire né giudicata né in colpa per quello che stavo facendo».

Obiezioni?

«C’è stato un colloquio in cui son stati valutati i pro e contro, ma nessuno si è opposto, né mi ha fatto sentire in colpa o giudicata, per fortuna. Era la prima volta che rimanevo incinta ed è stata anche l’ultima, ad oggi. Non escludo gravidanze volute successive, quando sarò più grande, matura e indipendente».

Ma non è finita lì.

«No, ovviamente. L’aborto non è una passeggiata, ti segna quasi per sempre. Ho iniziato poi un percorso con una psicologa che mi ha aiutata molto a rielaborare e a guardarmi senza giudicarmi troppo pesantemente. Ci sono voluti anni per fare pace con me stessa. Non so se ci sono ancora, ma ora sto meglio e mi rispetto di più, oltre a fare maggiore attenzione».

Ne hai mai parlato apertamente?

«No. A parte i miei genitori e il personale medico a cui mi sono rivolta nessuno sa come sono andate le cose, soprattutto la questione dell’app. Parlandone con i medici ho scoperto che non era successo solo a me, qua in Italia».

Iniziare a parlarne apertamente è comunque un primo passo, no?

«Certo, e dovrebbero farlo anzitutto i medici. Dovrebbero essere più presenti anche su internet, che è la prima cosa a cui ricorriamo noi ragazze e ragazzi. In Italia ci sono troppi obiettori e troppo bigottismo. Parlarne apertamente da semplice paziente vorrebbe dire esporsi a un giudizio troppo severo di chi non sa come vanno davvero le cose, e non me la sento».

Hai paura?

«Un po’, perché stiamo regredendo, in generale. Anziché accettare che i tempi siano cambiati, si fa finta che noi ragazze non usiamo queste applicazioni - spesso - male e non mettiamo a rischio la nostra salute. A chi importa là fuori? Importa solo giudicare. Non credo che reggerei il giudizio collettivo altrui. Ogni tanto mi pesa ancora il mio stesso giudizio in primis, ma ci continuo a lavorare».

E le app?

«Inizialmente le avevo cancellate tutte, per un lungo periodo non ho usato proprio più il telefono, perché mi  riportava al trauma. Poi ho ripreso ad usarlo con cautela e a piccoli passi, come le persone normali. Poi ho riscaricato un’app per monitorare il ciclo, ma la uso solo per segnarmi l’inizio. Al resto ci pensano, nel mio caso, la pillola e il preservativo».

Quindi, malgrado tutto, non le hai totalmente eliminate.

«Non le demonizzo, ma non le uso più come prima. Nel mio caso, averne una sul telefono, mi ha aiutato a riaffrontare quanto successo in modo più lucido e consapevole. Le app non sono in grado di essere precise, sono standardizzate, mentre ognuna di noi è fatta in modo diverso. Il ciclo può sballare per tantissimi motivi che le app non tengono in considerazione. È meglio non affidarsi del tutto a loro e ragionare di testa propria affidandosi a medici esperti e usando metodi di contraccezione riconosciuti ed efficaci».

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