LE NOSTRE STORIE

Verso le Europee, Jean Francois Barnaba e il sogno di creare una lista dei gilet gialli. L'intervista di Open

Emma Bubola, Cristin Cappelletti - 16/03/201912:38

Continua il viaggio di Open tra i nuovi partiti che vogliono ridisegnare l'Europa. Dopo mesi di proteste Open ha intervistato uno dei leader dei gilet gialli che assicura: «La lista si farà»

Mancano poco più di due mesi alle elezioni europee ma la vita politica dei gilet gialli, il movimento francese nato dalle proteste dello scorso settembre, sembra non aver ancora trovato la quadra in vista del voto di maggio. Doveva essere Ingrid Levavasseur a guidare la corsa al parlamento europeo del nuovo partito. Ma lo scorso 11 marzo l'infermiera ha sventolato bandiera bianca: «Unire i gilet gialli e le loro cinque liste annunciate è impossibile», ha dichiarato la ex capolista del gruppo.

Già il 13 febbraio, Levavasseur aveva già annunciato di voler uscire dalla lista RIC (Unione di iniziativa cittadina). «Passiamo per degli sprovveduti» aveva dichiarato Levavasseur, commentando alla radio la mancanza di organizzazione da parte del gruppo. «Hanno distrutto il movimento», aveva ribadito. Nei sondaggi la lista unitaria dei gilet gialli prenderebbe appena il 3% alle europee.

Ingrid Levavasseur

E mentre la Levavasseur ha annunciato di voler lasciare c'è chi, come ​​​​Christophe Chalençon, il presunto rappresentante dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia, ha annunciato la presentazione di una lista per le elezioni europee. «I miei compagni e io annunciamo oggi la creazione di una lista, nella quale invitiamo a confluire tutte le energie desiderose di ripristinare l’unità e la grandezza del nostro popolo», aveva detto lo scorso 3 marzo Chalençon, affermando di essere il «portavoce» della lista Evoluzione cittadina, nella quale tutti i posti al momento sono «vacanti».

Tante liste, tanti portavoce, per un movimento che appare sempre più diviso. In vista delle europee di maggio Open continua il suo viaggio tra i movimenti che vogliono ridisegnare l'Europa. Per fare chiarezza sulla corsa dei gilet gialli al Parlamento europeo Open ha intervistato Jean Francois Barnaba, uno dei leader storici del gruppo di protesta, che vuole mettere insieme una lista da presentare alle elezioni europee.

Jean Francois Barnaba 

Le liste dei gilet gialli si fanno e si disfano continuamente, perché credete che con la vostra andrà diversamente?
«Lavoro da inizio dicembre alla costituzione di una lista mista, che metta insieme gruppi e personalità dei gilet gialli con delle persone della società civile. Tutti i progetti precedenti non sono invece stati formati in maniera strutturata e non avevano nessuna possibilità di riuscita. I candidati non avevano la cultura politica per emergere e soprattutto i loro progetti non avevano finanziamenti. La mia prima precauzione è stata assicurarmi di avere dei fondi, che in gran parte sono arrivati da uno sponsor che aveva già sostenuto dei partiti ecologisti. È molto probabile la mia sarà l’unica lista che riprendera i temi della mobilitazione dei gilet gialli. Annunceremo nome e candidati a fine marzo». 

Dai portavoce alle liste per le europee: tutti i tentativi di rappresentare i gilet gialli sono falliti. Pensa che sia un movimento che può essere rappresentato?
«Ci saranno sicuramente dei problemi di rappresentatività. Il movimento dei gilet gialli è spontaneo, non è stato premeditato, nato come un rifiuto di tutte le strutture politiche. La volontà di esprimere questo movimento attraverso delle elezioni può sicuramente dare origine a un paradosso. Ma quello che bisogna capire è che all’interno del movimento ci sono due entità distinte. La parte visibile, quella dei cortei, è solo la punta di un enorme iceberg. È la piccola parte militante di un grande movimento sociale. Poi c’è quello che mi appassiona, che è il popolo francese, di cui l’80% sosteneva i gilet gialli alla fine del mese di novembre. Erano milioni quelli che hanno messo il gilet giallo sul parabrezza, ma che poi non si sono riconosciuti nella violenza che lo Stato ha contribuito a creare. Sono delle persone di cui non si parla, che sperano che le loro aspirazioni siano tradotte politicamente. I problemi di rappresentatività riguardano per lo più la componente attivista, che rivendica un’orizzontalità completa. Ma questo loro atteggiamento fa il gioco del potere, perché impedisce alla forza immensa del movimento di tradursi a livello istituzionale».

Come selezionate i candidati? Come evitate di essere oligarchici?
«Sfortunatamente questo movimento non poteva strutturarsi in modo completamente democratico e orizzontale. Quello che mi dico è che il modo migliore per essere legittimi è permettere ai francesi di esprimersi. Non mi aspetto la legittimità delle piazze e delle rotonde. Nonostante la mia mediazione ho sempre negato di definirmi il porta parola dei gilet gialli e durante la campagna per le europee non rivendicherò di essere il capo del movimento» 

Lei ha un salario mensile di 2600 euro. Il fatto che lei non faccia parte a tutti gli effetti della classe popolare pensa che possa crearle un problema di rappresentatività?
«Le assicuro che con 2600 al mese e 7 figli so cosa significhi non avere nulla a fine mese» 

Perché avete deciso di candidarvi alle europee invece di aspettare le prossime politiche?
«Le elezioni europee non sono la situazione ideale per noi per presentarci la prima volta. Le istituzioni europee per come sono fatte ora non si prestano alla concretizzazione immediata del nostro programma. Se avessimo a disposizione nell’immediato delle elezioni legislative nazionali saremmo sicuramente più efficaci. Ma è comunque necessario che ci presentiamo a queste elezioni europee. Innanzitutto perché in Francia come in Italia l’80% delle decisioni politiche sono la conseguenza di disposizioni europee e sarebbe paradossale rinunciare ad essere presenti laddove le decisioni vengono prese, per arginarne gli aspetti negativi. In più, questa campagna elettorale sarà una tribuna politica. Sarà utile per riaffermare le nostre rivendicazioni: il potere d’acquisto, la giustizia sociale, fiscale e territoriale. Se non le portiamo noi, non le porterà nessuno. Ogni deputato che otterremo sarà un deputato in meno per quelli che consideriamo essere i nemici del popolo francese, come il partito di Emmanuel Macron. Bisogna che queste rivendicazioni trovino un’espressione politica, senno la gente se le dimentica».

Gli ultimi sondaggi danno al 3,5% le intenzioni di voto lista gilet gialli, mentre a gennaio erano il 13%. Cos’è cambiato?
«Il consenso è diminuito perché il potere ha manovrato la situazione molto bene. Quando la prima lista di gilet gialli è apparsa, invece di combatterla, il potere ha deciso di sovra-mediatizzarla. È stata una mossa intelligente, perché le persone che guidavano queste liste non erano credibili politicamente. Ingrid Levavasseur per esempio era completamente spaesata e questo ha contribuito a togliere credibilità al movimento. In più c’è stato il Grande Dibattito con cui Macron ha dato l’impressione di essere pronto a dialogare, e le violenze dei gilet gialli hanno rovinato l’immagine del movimento. Noi abbiamo deciso di fare la nostra entrata in scena quando i progetti poco credibili sono crollati e ora contiamo di riconquistare quel 13% iniziale»

Sarete disposti a stringere alleanze?
«Bisogna provare di raggruppare tutti quelli che mettono l’interesse del popolo al primo posto. Che vogliono mettere fine al neoliberismo, che è un’utopia pericolosa che frattura le società. Bisogna eliminarlo, violentemente - che sarebbe una catastrofe- o democraticamente. A livello europeo, possiamo allearci con tutti coloro che condividono questa visione.

Con il M5S?
«Dall’estero i 5 Stelle sono molto difficili da capire a livello ideologico, poi hanno fatto un’alleanza con la Lega e credo che la Lega non rompa con il neoliberalismo. Con alcune delle loro proposte sono d’accordo, ma il loro progetto del reddito di cittadinanza è mal riuscito».

Cosa possono portare i gilet gialli all’Europa?
«Abbiamo delle cose da dire che riguardano l’Europa ma sappiamo che per come è strutturata l’Europa oggi, non risponderà positivamente alle nostre proposte. Bisognerà uscire dai trattati attuali, rifondare l’Europa con l’accordo dei popoli. Il potere legislativo non appartiene agli eletti e questo si traduce nel fatto che l’Europa è al servizio della finanza e del dominio dei paesi del nord europa. L’euro è stato introdotto per facilitare la supremazia economica dell’Europa occidentale su quella meridionale. Globalmente il progetto europeo è catastrofico per il popolo»

Siete euroscettici?
«Rispetto all’Europa di cui le ho parlato si. Ma credo che di fronte ad America e Russia i popoli abbiano bisogno unirsi, ma devono farlo in modo democratico. L’Europa deve essere protettrice dei popoli e delle economie.

Come vi posizionate in materia ambientale?
«Il tema ambientale non è mai stato al centro delle preoccupazioni dei francesi. Bisogna preoccuparsi di cosa interessa davvero alle gente. L’aspirazione profonda delle persone è di ordine sociale. Più si sale nella gerarchia sociale, più le tematiche ambientali acquistano importanza. Se al 15 del mese non sapete come andare fino al 30, la preoccupazione ambientale diventa secondaria. Sono felice che se ne occupi la giovinezza urbana che ha condizioni di vita soddisfacenti. Ma questa causa appartiene alla borghesia»

E in materia migratoria?
«A questa problematica non bisogna dare risposte demagogiche, ma non si può ignorare il disagio di tanti europei che si sentono spodestati delle loro radici. Il problema dev’essere trattato a livello internazionale, andando ad operare con progetti di sviluppo nei paesi da cui provengono i flussi, perché le migrazioni sono principalmente dovute a ragioni economiche. Non è con le guardie alle frontiere che si evitano le migrazioni». 

Come giudicate i passi in avanti fatti da Macron?
«Quello che ha fatto Macron in reazione al movimento dei gilet gialli non è all’altezza della collera popolare. Le misure che ha preso sono aneddotiche e superficiali in un momento in cui bisogna rifondare completamente il sistema economico e sociale. Il salario minimo non è aumentato, Macron ha solo distribuito qualche milione di euro a una piccola parte della popolazione. Ma dove andiamo? È questa la risposta al più grande movimento sociale degli ultimi decenni? Macron ha indetto il Grande Dibattito Nazionale, ma per cosa? Non c’è niente da dibattere, le rivendicazioni del movimento sono state espresse in modo molto chiaro, tutti al potere sanno quali sono le risposte di cui hanno bisogno i francesi. Ma grazie alle piccole iniziative di Macron la sua popolarità è aumentata»

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