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Cade l'ultima roccaforte dell'ISIS, il padre di Orsetti: «Primo passo verso il mondo che sognava Lorenzo»

Emma Bubola - 23/03/201918:50Aggiornato 23/03/2019 21:56

In Siria le ragazze e i ragazzi curdi in tuta militare ballano per le strade, le bandiere di FDS, YPG e PYD sventolano su quello che era l'ultimo bastione dell'ISIS. La settimana scorsa, l'ultimo italiano è morto per Beghuz. L'intervista di Open al padre di Lorenzo 

Lo Stato Islamico ha ancora delle armi, il potere e gli uomini, ma non ha più un territorio. Le Forze democratiche siriane (SDF) hanno vinto la battaglia di Baghuz, che durava da inizio gennaio, in cui ha perso la vita Lorenzo Orsetti. L'alleanza di curdi e arabi sostenuta dalla coalizione internazionale anti-ISIS ha messo fine all'impero territoriale dello Stato Islamico, che al suo momento di massima espansione copriva un'area pari a un terzo dell'Italia, a cavallo tra Siria e Iraq. Lo YPG (Unità di protezione del popolo), il braccio armato dello PYD (Partito dell'Unione democratica) curdo, di cui faceva parte Lorenzo, guida le SDF. 

Mentre l'ISIS perdeva territori, i combattenti islamisti e le loro famiglie si rifugiavano nelle case basse di Baghuz, una piccola città raccolta in un'insenatura dell'Eufrate, nel sud-est della Siria. L'ultimo atto della battaglia si è giocato secondo un copione pre-definito. I combattenti dell'ISIS erano circondati, sospinti da sud dalle forze irachene e un contingente sciita e dall'esercito siriano dalla riva opposta del fiume e infine dal SDF. È vittoria, è festa, le ragazze e i ragazzi curdi in tuta militare ballano per le strade, le bandiere di SDF, YPG e PYD sventolano su Baghuz.

Gli italiani dello YPG

Sarebbe rimasto in Siria Lorenzo, dopo questo «primo passo», a difendere il sogno del popolo curdo che era diventato anche il suo. Cresciuto dai genitori a pane e Don Milani, Lorenzo portava il nome del prete che ha passato la vita al servizio degli ultimi. Educato alla nonviolenza, poi diventato anarchico, «mi aveva spiegato che parlare di nonviolenza contro l'ISIS non ha senso», racconta il padre.

La guerra non era però mai stata per il trentatrenne fiorentino un punto di arrivo in cui sfogare velleità eroiche, quanto «un mezzo per raggiungere la società che voleva, equa, paritaria, anarchica e anticapitalista». La struttura politica dei collettivi curdi, per cui circa una decina di italiani hanno imbracciato le armi, è infatti gestita dal basso, promuove l'uguaglianza di genere e si oppone allo sfruttamento dell'ambiente.

Il ministro degli interni Matteo Salvini ha rivolto una preghiera a Orsetti, che è stato negli scorsi giorni commemorato per il suo sacrificio. I suoi commilitoni italiani che raggiungono lo YPG sono però considerati "foreign fighters" e la procura di Torino ha recentemente chiesto per loro il regime di sorveglianza speciale. Questa misura restrittiva, introdotta inizialmente dal Codice Rocco in epoca fascista, prevede, anche in assenza di reato, revoca di patente e passaporto, divieto di dimora e di assemblea.

Miliziane dello YPJ si allenano a Deir ez-Zor, il 22 febbraio 2019 

Quello che resta dell'ISIS

«Lorenzo sapeva, quando l'ho sentito per l'ultima volta, che la vittoria era prossima, ma mi diceva che non sapeva se una volta vinto avrebbero potuto mettere giù il mitra», racconta Alessandro Orsetti. «Mi ha detto che sperava che gli americani restassero, che la Turchia non ripartisse con le sue mire espansionistiche», continua il padre del volontario, riferendosi alla repressione turca del popolo curdo. Sicurezza e stabilità dei territori liberati sono infatti tutt'altro che scontati.

Il pericolo jihadista in Siria e in Iraq non è stato eradicato: l'ISIS ha cellule sparse, che si sono appropriate dei metodi della guerilla e hanno ucciso o ferito 600 persone tra metà dicembre e metà febbraio. In Iraq, nonostante il primo ministro Haïder Al-Abadi abbia annunciato più di un anno fa la vittoria totale contro l'ISIS, non passa una settimana senza che l'organizzazione terrorista commetta un omicidio, un attentato o una presa di ostaggi. 

In Siria, l'ISIS rimane presente nella provincia di Idlib, nel nord-est del paese, ma anche nella regione desertica della Badiya, a sud-est e a sud di Damasco. L'organizzazione terroristica dispone di un capitale che va dai 50 ai 300 milioni di dollari, che continua a rimpolpare tramite attività criminali. Un bottino che può essere usato per finanziare il «ritorno al deserto» e rispolverare il sogno di uno Stato Islamico. I campi rifugiati, il territorio devastato dai 33.000 bombardamenti aerei della coalizione occidentale e l'assenza totale di ricostruzione dopo 5 anni di battaglia gettano un'ombra scura sulla gioia curda. 

Le SDF vicino a Baghuz, il 21 febbraio 2019

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