IL MONDO

Siria, i rischi per il popolo curdo dopo il ritiro Usa

21/1209:40Cristin Cappelletti

La decisione di ritirare le truppe americane, annunciata da Donald Trump, ha aperto la strada alle operazioni militari della Turchia e già provocato un attacco dell'Isis 

L'Isis ha lanciato un attacco nella regione di Hajin alle forze democratiche siriane (Fds), che combattono contro i jihadisti al fianco dei curdi del Ypg, principale alleato degli Stati Uniti ma osteggiato dalla Turchia di Erdogan. 

 

Sono le prime conseguenze del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria annunciato da Donald Trump, che con un tweet aveva dichiarato che "lo Stato Islamico era stato sconfitto". La decisione del presidente americano avrà varie ramificazioni e apre le porte a un Medio Oriente post-americano, guidato in primis dalla Russia e da attori regionali: Turchia, Iran e Israele. Una decisione che ha scontentato molti portando alle dimissioni del Segretario della difesa americano e al no del Pentagono. Donald Trump ha tenuto fede alla promessa fatta in campagna elettorale: di lasciare il Medio Oriente ai medio orientali.

 

C’è chi applaude alla fine della presenza americana nella regione dopo la lunga e non ancora conclusa guerra in Afghanistan, iniziata nel 2001 e l’invasione dell’Iraq nel 2003. Il ritiro da Damasco e in parte da Kabul segnano la fine di una politica estera americana interventista, dando alla Turchia il via libera ai piani di Ankara contro i curdi.

 

I curdi sono una popolazione indigena della Mesopotamia e attualmente vivono nell’area compresa tra il sud-est della Turchia, il nord-est della Siria, il nord dell’Iraq, il nord-ovest dell’Iran e il nord-ovest dell’Armenia.  Tra i 25 e i 35 milioni sono accomunati da un’unica lingua di origine indo-europea e la maggioranza è di religione musulmana sunnita. Con la dissoluzione dell’impero ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale, il trattato di Sevres del 1920 mise le basi per la costituzione di uno stato armeno e uno stato curdo. Una promessa che svanì tre anni più tardi quando il trattato di Losanna, che sancì la nascita della Repubblica turca, non prevedeva alcuna autonomia e terra per i curdi, costringendoli ad essere una minoranza nei rispettivi Paesi di appartenenza.

 

Negli anni successivi ogni tentativo di indipendenza curda fu brutalmente represso. Nel 2013 l’avanzata dello Stato Islamico ha portato le milizie del Ypg in prima linea contro la lotto all’ISIS in Siria e poi in Iraq con i Peshmerga. A gennaio 2015 le forze curde hanno ripreso il controllo della città di Kobane, al confine turco, sconfiggendo lo Stato islamico dopo una battaglia che ha lasciato sul campo 1.600 morti. Da allora le milizie curde hanno all’interno delle “Forze Democratiche Siriane” (FDS), un’organizzazione aiutata dalla coalizione USA e a fianco di milizie arabe locali.

 

 

Le milizie curde del YPG (Unità di Protezione Popolare) nel nord-est della Siria, nell’auto-proclamata regione autonoma del Rojava, erano state fedeli alleate degli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Addestrate dagli americani, l’ala armata del PYD, il partito curdo siriano, avevano combattuto a fianco della coalizione statunitense liberando Raqqa e portando qualche giorno fa alla sconfitta definitiva dell’Isis a Hajin, ultima roccaforte in mano allo Stato Islamico.

 

Con la partenza statunitense i curdi temono la rappresaglia turca. Il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche al confine con la Siria e un'imminente invasione a Est dell’Eufrate per cacciare una volta per tutte le milizie del YPG, gruppo che Ankara considera terrorista e affiliato al PKK turco. Una scelta confermata dallo stesso ministro della Difesa turco Hulusi Akar che in visita in Qatar ha confermato la preparazione di un’operazione contro le milizie curde.

 

La guerra in Siria è iniziata nel 2011 quando migliaia di siriani sono scesi tra le strade del Paese per protestare contro il governo autoritario di Bashar al-Assad. La famiglia Assad governa la Siria dal 1971 quando Hafiz al-Assad, padre dell’attuale Presidente, aveva preso il potere con un colpo di stato. Appartanenti alla setta alawita, gli Assad hanno governato la Siria con il pugno di ferro privando la popolazione di diritti e libertà di espressione. Culmine delle proteste che avevano infiammato la Primavera Araba, la guerra in Siria fin dal suo inizio si è presto trasformata in una guerra di procura tra potenze regionali e internazionali.

 

La Russia, intervenuta nel 2015, è stata insieme all’Iran l’attore chiave nel mantenimento al potere di Bashar al-Assad, grazie anche al supporto di Hezbollah e di altre milizie guidate da Teheran. I ribelli all’opposizione hanno invece goduto dell’aiuto di molti Paesi del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati in particolare, che non hanno mai visto di buon occhio la lunga alleanza tra Siria ed Iran, che assieme ad Hezbollah costituiscono “l’asse della resistenza” in Medio Oriente. Gli otto anni di guerra in Siria hanno provocato 5.5 milioni di rifugiati siriani più altri 6.5 milioni sfollati all’interno del Paese.

Trump avrebbe così abbandonato i curdi ai progetti di Erdogan, cancellando definitivamente le speranze di un accordo con Bashar al-Assad per l’indipendenza dei curdi siriani. La decisione del Presidente americano sembra essere in netto contrasto con le politiche neo-conservatrici dei falchi americani e dello stesso Segretario di Stato Mike Bolton. Anche Netanyahu, il Primo ministro israeliano, vede nella mossa di Trump un dietrofront rispetto agli impegni presi per controbilanciare la presenza iraniana in Siria ai confini con le alture del Golan.

 

I curdi rappresentavano secondo Washington un’ottima opzione per controllare il confine con l’Iraq e mettere pressione all’Iran. Ma la guerra di Trump è rivolta altrove: verso Russia e Cina. Il Presidente americano è consapevole che l'influenza degli Stati Uniti nel mondo sta calando mentre la posizione di Mosca in Medio Oriente è sempre più forte. Trump vuole la Turchia, uno dei più grandi eserciti della Nato, dalla parte di Washington per scongiurare che Ankara si rivolga verso il presidente russo Putin e il premier cinese Xi Jinping e per farlo è pronto a sacrificare i curdi.

 

La Siria rimane divisa tra le aspirazioni di attori ragionali e no: Russia, Iran, Turchia e Israele. Nei giochi per la divisione di sfere di influenza a pagarne le conseguenze continuano ad essere i curdi, un popolo tormentato che nello scacchiere medio-orientale resta la pedina di scambio prediletta per il raggiungimento di interessi nazionali.

 


 

Loading ...
Failed to load data.