IL MONDO

Cosa succede in Tunisia. I fotografi della rivoluzione a confronto

28/1211:10Cristin Cappelletti, Riccardo Liberatore

Amin Ladoulsi, Chedly Ben Ibrahim e Nacer Talel raccontano a OPEN che cos'è cambiato nella nazione nord-africana dai giorni della Rivoluzione dei gelsomini

Abderrazak Zorgui si è dato fuoco alla vigilia di Natale. Una morte su cui rimangono molti dubbi, come confermato dal ministero degli Interni tunisino che, sull'accaduto, ha avviato un'inchiesta. Nelle sue ultime parole, immortalate da un video pubblicato su Facebook, il reporter tunisino si rivolge alle persone di Kasserine e a tutta la Tunisia. Nelle sue parole l'accusa al governo per le condizioni di lavoro precarie e per non aver rispettato le promesse fatte dopo la Rivoluzione dei gelsomini. Parlava a nome “di tutti coloro che non hanno mezzi di sussistenza, che non possono trovare da mangiare e che quando protestano vengono accusati di terrorismo”. Un gesto di protesta che subito rimanda a quello di Mohamed Bouazizi, il giovane commerciante di verdure che, nel dicembre del 2010, si diede fuoco per protestare contro un’economia stagnante e l’impossibilità di avere una vita dignitosa. Quel gesto estremo incendiò un intero Paese, dando il via all’ondata di proteste che avrebbero portato poco dopo alla fuga del presidente Ben Ali e all’inizio della Primavera Araba in Medio Oriente.

 
 

Otto anni dopo, l’immolazione di Zorgui non è un atto isolato. Negli ultimi giorni i tunisini sono scesi per strada anche a Tunisi, su Avenue Bourghiba, detta l’Avenue della Rivoluzione, e in altre città dell’entroterra oltre a Kesserine.

Molte delle ragioni sono le stesse del 2011: gli alti tassi di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, saliti a 36.3% secondo i dati dell'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), e la disuguaglianza economica tra i centri urbani costieri e l’entroterra.

Però, come ha spiegato a OPEN il fotografo Talel Nacer, Zorgui faceva parte di una nuova generazione di fotoreporter che hanno cominciato il loro mestiere dopo la Rivoluzione dei Gelsomini, grazie anche al grande numero di nuovi media che sono nati negli ultimi anni. Espressione quindi di una Tunisia più democratica, in cui l'informazione non è controllata direttamente dal Governo, ma è oggetto di competizione tra media privati. 

 

I passi avanti fatti negli ultimi anni - la nuova costituzione Premio Nobel per la pace, il passaggio da un regime autoritario ad uno democratico - hanno fatto della Tunisia l'unico esempio di "rivoluzione riuscita". In Egitto i giorni di Piazza Tahrir si sono spenti con l'arrivo del Generale al-Sisi. Siria, Libia e Yemen vivono invece nel caos di guerre civili e di procura. Come si spiegano dunque le rivolte degli ultimi giorni?

 

La trasformazione sociale ed economica che in molti si aspettavano dal cambio di regime non è mai arrivata. Anche le conquiste politiche sembrano molto fragili: l'omicidio del leader dell'opposizione Chokri Belaid nel 2013 è stata una prima avvisaglia. Le manifestazioni di dicembre sono motivate dalla rabbia e il rancore di chi si sente ancora umiliato dalla mancanza di opportunità nel Paese. Per raccontarle, e per fare un punto su quello che è cambiato (e ciò che è rimasto uguale) dalla Rivoluzione dei Gelsomini ad oggi abbiamo raccolto le voci e alcune immagini simbolo di tre fotografi tunisini che hanno vissuto e raccontato i fatti del 2011.

 

 
Amine Landoulsi (http://www.amine-landoulsi.com) |
 

Amine Ladoulsi 


Ha iniziato a fare il giornalista a 33 anni. Autodidatta, ha lasciato la sua carriera nel settore turistico per dedicarsi alla fotografia: "Scattavo foto per testimoniare quello che accadeva nel mio Paese", ci racconta Amine. Nel febbraio del 2011 durante una protesta di piazza "la polizia caricò i manifestanti, mi puntarono una pistola alla tempia urlandomi: vattene".

Amine ha continuato a raccontare attraverso i suoi scatti i grandi cambiamenti della vita politica e sociale del suo Paese.

La sua foto rappresenta "la simmetria che ha salvato la Tunisia". A destra Rashid Ghannushi, il leader di Ennhada, partito islamista, a sinistra Beji Caid Essebsi, l'attuale presidente tunisino. L'immagine è stata scattata nel 2014 durante un summit economico.

Sulle proteste degli ultimi giorni, a seguito della morte del giovane reporter a Kasserine, ci confessa: "Queste proteste non porteranno a una seconda rivoluzione. Non sono un movimento di strada, ma azioni isolate. Non esiste un'unità d'intenti come nel 2011".

 
Chedly Ben Ibrahim (https://chedlybenibrahim.wordpress.com)  |
 

Chedly Ben Ibrahim

Fotoreporter dal 2012, lavora con un'agenzia italiana. “Ho scattato questa foto il 14 gennaio del 2016, durante il quinto anniversario della rivoluzione tunisina. Per me rappresenta le speranze della Tunisia di diventare una democrazia".

Nonostante la caduta di Ben Ali, "la Tunisia deve fare ancora molti passi avanti verso la democrazia, il tragitto è molto lungo", spiega Chedly. "Qualche giorno fa mi trovavo a Kasserine per fotografare delle manifestazioni dopo la morte di Zorgui, quando un poliziotto si è avvicinato per fermarmi. Non è facile fare questo mestiere".

 
 Nacer Talel (https://www.nacertalel.xyz/)  |
 

 

Nacer Talel

 

"Ho cominciato la mia carriera da professionista il primo giorno della rivoluzione, poche ore dopo la fuga di Ben Ali in Arabia Saudita, il 14 gennaio 2011. All'epoca ero ancora all'università. Feci una foto con il cellulare ma fu subito ripresa dalle riviste e dai giornali di vari paesi. Inizialmente nei primi mesi della rivoluzione non facevo foto per fare carriera, ma come forma d'attivismo."

Come tanti, Talel era sceso in piazza per protestare a pochi metri dal Ministero dell'Interno, simbolo del potere del regime. "Quel giorno i manifestanti avevano trovato un poliziotto e l'avevano picchiato, strappandogli i vestiti. Il suo cappello era finito per terra: mi è sembrata una metafora perfetta del capovolgimento del regime".

"Prima della rivoluzione era impossibile scattare foto in Tunisia senza subire i controlli o la censura della polizia", continua Talel.  "Dopo la rivoluzione tutti hanno cominciato a scattare foto, con gli smartphone o con macchine fotografiche. Hanno iniziato a circolare tantissime immagini, anche fake news: foto false, contro-propaganda diffusa con lo scopo di scoraggiare le proteste, usando paragoni con la Libia per esempio."

 

Anche Talel non è rimasto indifferente alla morte del reporter tunisino: "Prima della rivoluzione avevamo soltanto una televisione di stato e qualche giornale ufficiale. Adesso ce ne sono moltissimi. La maggioranza dei media sono affiliati a pariti politici o membri del vecchio regime. Ennhada, il partito islamista, aveva cercato di creare dei media nuovi, senza però riuscici. Zorgui lavorava per uno di questi media. Molti come lui sono stati licenziati o fanno vite precarie. Il suo caso è rappresentativo del fallimento di queste nuove compagnie nel creare modelli di business sostenibili." 

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