IL MONDO

Gli italiani che combattono l'Isis in Siria: intervista a Davide Grasso e Jacopo Bindi

Cristin Cappelletti - 08/01/201919:39

Davide Grasso e Jacopo Bindi sono tra i cinque italiani che la Procura di Torino vuole mettere sotto "sorveglianza speciale", dopo la loro permanenza in Siria con le truppe curde del'YPG.

Sono partiti per la Siria per combattere l’ISIS a fianco delle milizie curde. Ora, la procura di Torino ha chiesto per cinque giovani italiani un provvedimento di sorveglianza speciale. Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci, sono questi i nomi dei cinque accusati che dovranno apparire in tribunale il 23 gennaio.

L’Unità di Protezione Popolare, YPG, sono milizie curde affiliate al PYD, il Partito dell'Unione Democratica. Dal 2014, dopo la presa di Raqqa da parte dello Stato Islamico, sono state le principali forze di opposizione alle brutali azioni dell’ISIS, con il sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

“Trovo questo provvedimento scandaloso”, ci racconta Davide Grasso, uno dei combattenti italiani accusati dalla Procura di Torino. “Siamo stati in Siria a dare un contributo alla difesa della popolazione locale, abbiamo sostenuto progetti sociali, ma la procura, visto che abbiamo appreso come usare un’arma da fuoco, ci considera socialmente pericolosi”.

Davide Grasso è andato in Siria per la prima volta nel marzo del 2016 come giornalista per Radio Onda d’Urto. Dopo due mesi ha preso una drastica decisione:“Ero andato in Siria per fare un reportage, ma dopo due mesi ho trovato il coraggio di unirmi all'esercito curdo”. Sull’addestramento militare, contestato dalla procura, dice di aver avuto poche scelte: "Era inevitabile in quel contesto, sarebbe inevitabile anche per chiunque non faccia parte dell’esercito curdo, ma viva una realtà come quella siriana, infestata dallo Stato islamico. Senza sapere come si usa un’arma da fuoco si è pericolosi non solo per se stessi, ma anche per gli altri”.

Davide Grasso

 

“Ritengo questa misura totalmente arbitraria ed estremamente invasiva. Tra l’altro potremmo essere, per non meglio precisate ragioni, espulsi dalla città dove viviamo”,continua Davide. Per lui è stata quasi una scelta obbligata quella di unirsi alle milizie curde:”Dopo l’intervento statunitense in Iraq, la situazione in Medio Oriente è peggiorata; come occidentale mi sentivo di avere una responsabilità verso quella situazione, e ho deciso quindi di fare questo passo”.

Davide è passato dagli appunti sui taccuini ad imparare a tirare un grilletto:” Se una persona, o un giornalista, dovesse abbracciare le armi per proteggere minoranze religiose, difendere donne che vengono rese schiave, perché questo è quello che purtroppo fa l’ISIS, non ci sarebbe nulla di sbagliato”.

Jacopo Bindi

 

Anche Jacopo Bindi, che come Davide potrebbe vedersi ritirare il passaporto, ed essere espulso da Torino, crede che le accuse siano infondate e ipocrite.“I nostri politici hanno usato il terrore dell’ISIS per farsi propaganda, l’hanno usato per accusare tutti gli arabi, gli immigrati e i musulmani di essere terroristi e non hanno mai mosso un dito in prima persona per opporsi alla minaccia dell’ISIS, sebbene ci siano stati diversi attentati in Europa”, dichiara Jacopo. “Chi ha deciso di rischiare la propria vita per contrastarli, una volta tornato in Italia viene considerato socialmente pericoloso”.

È possibile fare la guerra al terrorismo? Per Jacopo la situazione è molto più complicata, la lotta armata è parte della soluzione: “C’è sicuramente un lato armato nella guerra contro lo Stato Islamico. Quello che sta succedendo in Siria non ha solo un aspetto militare”, continua Jacopo, “C’è anche un aspetto politico, ideologico e di mentalità. La rivoluzione nella Siria del nord sta proponendo un modello di organizzazione sociale in cui si prevede una democrazia dal basso, l’autonomia delle donne, l’ecologia, la convivenza pacifica tra diverse entità politiche, religiose e culturali”.

Jacopo ci tiene a precisare, inoltre, che le accuse di aver partecipato ad un addestramento militare sono infondate:” Il mio lavoro era civile, non ho mai partecipato ad azioni armate. E ci sono tanti attivisti e militanti che partecipano alla costruzione di una democrazia nella Siria del nord-est senza imbracciare le armi, ma attraverso azioni civili”.

Se la Procura dovesse accettare la richiesta del magistrato Emanuela Pedrotta, i cinque imputati andrebbero incontro ad una revoca del passaporto, della patente e al divieto di dimora e assemblea.

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