IL MONDO

Brexit: oggi il voto in Parlamento. A che punto siamo

Riccardo Liberatore - 13/01/201917:36Aggiornato 07/02/2019 19:29

Potrebbe essere una giornata storica per la Gran Bretagna e l'Unione Europea, ma le conseguenze del voto sono incerte

Nella serata di martedì 15 gennaio, il Parlamento britannico sarà chiamato a votare sull’accordo negoziato dal Primo Ministro Theresa May per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, prevista per il 29 marzo 2019. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, nella lettera inviata a Theresa May, assicura che il backstop sul confine tra le due Irlande sarà "il più breve possibile". Una promessa che non sembra però aver risollevato le sorti della Premier. Secondo la Press Association, Theresa May dovrebbe perdere con uno scarto di circa 160 voti.

Uno degli scenari possibili è quello della "no-deal Brexit", l’uscita improvvisa della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Si tratterebbe di uno scenario estremo in cui, per esempio, potrebbero venire a mancare beni di largo consumo a causa di nuove difficoltà nella loro importazione o addirittura far riesplodere il conflitto al confine tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud.

A quel punto, se un nuovo accordo non verrà raggiunto con l’Unione Europea, la Gran Bretagna potrebbe essere costretta a seguire le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che comporterebbero tasse più alte sulle importazioni e le esportazioni.

Ma le paure legate alla bocciatura dell’accordo sono anche di altro genere. Negli ultimi giorni giornalisti e deputati remainer, contrari alla Brexit, sono stati presi di mira da estremisti di destra che hanno tentato di appropriarsi della iconografia delle proteste in Francia indossando dei gilet gialli.

Il leader dei "gialli britannici", un uomo disoccupato di 29 anni, ha attaccato verbalmente la remainer conservatrice e sostenitrice del People's Vote (un movimento che chiede un nuovo referendum sull'accordo) Anna Soubry, accusandola di essere una "nazista".

Il timore è che questi gruppi di estrema destra, dal partito indipendentista Ukip a Pegida Ukip, potrebbero interpretare un’eventuale bocciatura dell’accordo come un tradimento del volere popolare, della patria, usando questa argomentazione per imporsi politicamente e, potenzialmente, per legittimare atti di violenza.

Se l’esito del voto è quasi certo, le conseguenze politiche non lo sono. Anche in caso di sconfitta, Theresa May potrebbe ripresentarsi nuovamente in Parlamento con un nuovo accordo che tenga conto di alcuni dei nuovi emendamenti.

Tutto dipende dal margine e dal colore della casacca di chi voterà contro l’accordo. Se a opporsi fossero i remainer, vincendo con qualche decina di voti, la Premier potrebbe ripresentarsi in Parlamento.

Se a far cadere l’accordo fossero anche i conservatori ultra-ortodossi, i cosiddetti hard brexiteers, allora Theresa May probabilmente dovrà dire addio a 10 Downing Street. In questo caso, potrebbe arrivare l’ora del "rosso" Jeremy Corbyn che, in un’intervista alla BBC, ha confermato la sua intenzione di chiedere un'elezione generale in caso di sconfitta di May.

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