IL MONDO

Danni «irreparabili» al Joshua Tree: il brutale risveglio dei parchi nazionali dopo lo shutdown

Open - 29/01/201912:03Aggiornato 29/01/2019 23:14

La chiusura parziale delle attività amministrative ha procurato gravi danni anche ai parchi, sollevando nuove polemiche

All'indomani della fine dello shutdown più lungo della storia, gli Usa cominciano a contare i danni. A subire le conseguenze del blocco parziale delle attività amministrative anche i parchi federali. Joshua Tree, il parco nel sud-est della California, ha dovuto chiudere per qualche giorno per mancanza di fondi. L'intervento dei volontari, per raccogliere l'immondizia e pulire i bagni pubblici, è stato essenziale, ma non ha evitato che il risveglio dallo shutdown fosse brutale: secondo l'ex sovrintendente del parco Curt Sauer, adesso in pensione, ci vorranno «trecento anni per rimediare ai danni subiti in poche settimane».

Non è certo imputabile direttamente al Governo se in tanti hanno approfittato della mancanza di controlli, ma era sicuramente prevedibile. Molti hanno sfruttato la momentanea crisi d'ordine per percorre sentieri proibiti, danneggiando gli habitat naturali, e per dormire in tenda in zone in cui non erano autorizzati a farlo. Molti anche gli atti vandalici tra cui, tristemente, l'abbattimento degli alberi di Giosué, simboli del parco, battezzati così dai mormoni nel XIX secolo perché i loro rami supplichevoli ricordavano le braccia di Mosé, innalzate verso il cielo. Anche in altri parchi celebri, come Yosemite, si sono riscontrati problemi simili. 

Il 26 gennaio dei manifestanti si erano radunati alle porte del Joshua Tree Park per denunciare gli effetti dello shutdown sui parchi pubblici, in vista anche di una sua possibile ripresa del blocco a febbraio. L'ipotesi è stata paventata da Donald Trump il quale in passato aveva ostentato le sue doti di negoziatore (la sua biografia si chiama The Art of the Deal, ovvero l'arte del negoziato) e ha mal digerito la resa al Congresso dopo il rifiutato di approvare il budget federale in cui Trump chiedeva 5.7 miliardi di dollari per costruire il muro al confine con il Messico. Nel suo discorso non ha voluto ammettere il dietrofront, dichiarando che si trattava soltanto di una pausa necessaria per «prendersi cura dei dipendenti federali» che da 5 settimane non ricevevano i loro stipendio o ne ricevevano soltanto una parte. 

Ma la manifestazione di Joshua Park è anche l'ennesimo segnale di sfida di una parte della popolazione americana che, a sua volta, non digerisce il negazionismo climatico del presidente, come dimostra il tweet che si prende gioco del riscaldamento climatico, e la sua mancata solerzia in materia ambientale. Da quando Donald Trump è approdato alla Casa Bianca si è dato da fare per smontare le protezioni ambientali create dalle amministrazioni precedenti.

Tra le decisioni più eclatanti ci sono la nomina di un lobbista del settore carbonifero alla guida dell'Environmental Protection Agency, l'agenzia per la protezione ambientale, e la rimozione del tetto sulle emissioni di gas serra dalle centrali di carbone, introdotta dall'ex presidente Barack Obama. L'ultima decisione è stata annunciata alla vigilia del summit dell'Onu sul clima a Katowice in Polonia, dove molte delle maggiori economie al mondo si sono impegnate a ridurre le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030. Barack Obama aveva promosso con entusiasmo la COP 21 di Parigi, che aveva gettato le basi per quella di Katowice. Un cambio di rotta che ha relegato gli Stati Uniti in fondo alla lista dei Paesi che si battono la "giustizia climatica". 

 

 

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