IL MONDO

Chi sono i «collassologi», i teorici della fine del mondo che stanno spopolando in Francia

Redazione - 06/02/201915:19Aggiornato 28/02/2019 15:46

Tra gli esponenti del fenomeno culturale c'è anche un ex-ministro dell'ambiente nel governo socialista di Jospin

In Italiano potrebbero chiamarsi «collassologi». Sono teorici dell'apocalisse del mondo: prima di tutto ecologica, ma anche economica, demografica, sociale e culturale. In Francia sono sempre più noti e rispettati: i loro interventi sono ospitati su alcune delle maggiori testate nazionali intente a registrare il loro impatto per capire l'entità del fenomeno: le Monde ha recentemente fatto un appello ai lettori per raccogliere qualche testimonianza e ha ricevuto centinaia di risposte in poche ore, soprattutto da uomini con una scolarizzazione medio-alta, residenti in centri urbani. Per il momento non esistono studi sull'entità del fenomeno, ma sono penetrati nell'immaginario collettivo. Un dato non sorprendente visto il crescente attivismo ambientale, soprattutto nei paesi del nord Europea come Belgio e Francia

Il manifesto della «collassologia» è un libro pubblicato nel 2015 dagli ecologisti Pablo Servigne et Raphaël Stevens, intitolato Come tutto può crollare. I maggiori esponenti non sono solo intellettuali, ma anche politici, come Yves Cochet, matematico ed ex ministro dell'Ambiente nel governo socialista di Lionel Jospin. Cochet sostiene che la fine sia già iniziata e che tra il 2020 e il 2030 il nostro pianeta supererà il punto di non ritorno. Una data dal forte valore simbolico per gli ambientalisti: il 2030 è stato scelto in seguito al summit Onu sul clima a Katowice in Polonia come la data entro la quale alcuni tra i paesi più inquinanti al mondo (tra cui i paesi del blocco Ue) dovranno ridurre le emissioni di gas serra del 40%. Per Cochet, i segnali di crisi non sono soltanto ambientali, anche se il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono la causa di tutti i mali. I segnali dell'imminente catastrofe però sono anche politici (la crescente xenofobia) ed economici (l'aumento della disuguaglianza socio-economica). 

Se è vero che «essere catastrofici vuol dire essere lucidi», non tutto è ancora perduto. Sempre secondo Cochet, al decennio della preannunciata catastrofe seguirà un decennio di adattamento, per chi avrà avuto la fortuna o bravura di sopravvivere, e infine, dopo il 2050, ci sarà una nuova rinascita. Come nel Medioevo, quando la peste bubbonica provocò una crisi demografica che, secondo gli storici, ha gettato le basi per il Rinascimento, permettendo maggiore concentrazione di ricchezza e portando a un nuovo periodo di sperimentazione e innovazione tecnologica, scientifica e culturale.

Le strategie per sopravvivere al periodo di transizione dopo il collasso sono altrettanto controverse: minimizzare le sofferenze e il numero dei morti, mettere in atto politiche per una decrescita economica e industriale di stampo ecologico nei paesi tecnologicamente più avanzati, devolvendo le risorse alla tutela dell'ambiente per sostenere, soprattutto dal punto di vista alimentare, i sopravvissuti (circa metà dell'umanità). In passato Cochet aveva prescritto una decrescita demografica per l'Europa, consigliando di limitare il numero di figli a 2 per fare spazio all'immigrazione. Un'affermazione che aveva inevitabilmente suscitato scalpore. Una reazione utile però per diffondere il Verbo della collassologia, tra realismo ambientale e allarmismo mediatico.

 

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