IL MONDO

L'ambiente o il lavoro: una scelta obbligata?

Emma Bubola - 18/02/201917:34

Dalle api bavaresi ai gilet gialli passando per Trump. Spesso le politiche ambientaliste suscitano la contestazione delle classi popolari che vengono coinvolte. Ma l'opposizione tra ecologia e classe lavoratrice è tutt'altro che obbligata 

Un collettivo di cittadini tedeschi è riuscito a fare approvare un referendum per la tutela delle api, custodi della biodiversità. Gli agricoltori bavaresi hanno però espresso il loro dissenso: per salvare gli insetti potrebbero vedersi costretti a fare a meno dei pesticidi e ad adottare tecniche di coltivazione biologiche, con impatti economici nefasti. Aldilà del confine, per preservare la specie dell’orso dei Pirenei, lo Stato francese ha proposto l’estate scorsa la reintroduzione nel massivo centrale di due femmine di orsi. I pastori si sono opposti a quest’iniziativa: gli animali spaventano il bestiame. Nell’agosto 2017, duecentonove capre si sono gettate da un dirupo proprio per paura di un orso.

L’opposizione dei lavoratori a politiche ambientaliste che vanno a toccare la loro attività sono tutt'altro che circoscritte a professioni a stretto contatto con la natura. È stata una misura “ecologista” a dare il via alla protesta dei Gilet gialli: l’aumento della tassa sul carburante. Il fatto che, senza proporre mezzi di trasporto alternativi, Parigi rincarasse il prezzo del tragitto casa-lavoro di quella Francia invisibile delle province ha scatenato la rabbia di coloro che con il loro lavoro fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Thomas Pyle, presidente del Dipartimento americano di Energia, ha reagito alla contestazione francese affermando che «è facile per politici come Macron darci lezioni sul cambiamento climatico perché le élite non soffrono l’impatto economico delle sue misure. Le classi popolari invece si». Questa affermazione fa eco alle politiche ambientali del presidente americano Donald Trump, che si è guadagnato il consenso delle classi operaie evitando qualsiasi misura anti-inquinamento che avrebbe fatto aumentare il prezzo dell’energia o minacciato posti di lavoro nell'energia fossile. In Francia l’opposizione è stata visivamente chiara e i media hanno trasformato quella che era una concomitanza in una narrativa polarizzante. Nello stesso sabato invernale, mentre giovani parigini in bicicletta vestiti di verde marciavano per il clima mangiando barrette biologiche da 10 euro, nelle rotonde di provincia camionisti in giallo difendevano la benzina. Ma quest'opposizione è davvero necessaria?

I gilet gialli francesi scrivevano sui loro striscioni «Se non avete i soldi per il carburante, usate del biocarburante, firmato Brigitte Macron», ironizzando sulla celebre frase di Maria Antonietta «Se il popolo non ha il pane, che mangi croissant». Ma se il paradosso tra necessità concrete e quotidiane delle classi popolari e quelle che sono spesso ancora percepite come velleità delle elite è evidente, è anche vero che i meno abbienti sono i più esposti all’impatto nefasto del riscaldamento globale. E i gilet gialli questo l’avevano capito, adottando lo slogan: «Fine del mondo, fine del mese, stesso colpevole, stessa lotta».

Le ragioni per cui le misure per l’ambiente sembrano scontrarsi con gli interessi delle classi popolari sono varie. Secondo Pier Paolo Poggi, esperto di storia del lavoro e dell’ambiente, «Nel passato, ancora non si parlava di ecologia, ma era chiaro ai lavoratori che sovra-sfruttare l’ambiente avrebbe avuto ripercussioni nefaste sulla vita delle persone: se si prosciugavano le risorse di una foresta, non si riusciva più a nutrire la famiglia». Questo collegamento diretto tra lavoratori e natura è stato a suo avviso «mediato dall’arrivo della tecnologia industriale». Secondo l’esperto, «l’impatto del proprio lavoro sull’ambiente è più difficile da percepire e se sono le élite a cercare di farlo capire, serve a poco».

A contribuire a questo apparente antagonismo tra classe lavoratrice e ambiente è anche il modo stesso in cui sono formulate le politiche ambientali, che troppo spesso trascurano gli obiettivi di giustizia sociale. Secondo Philippe Descamps, è naturale che iniziare una campagna per il clima dalla colpevolizzazione dei più vulnerabili causi una rivolta sociale. «Dagli anni Cinqunata, tutte le politiche pubbliche hanno dato la priorità al trasporto su strada, la pubblicità e l’industria hanno reso la vettura individuale l’attributo imprescindibile dell’uomo moderno, ed ora si chiede all’automobilista di pagare per questo modello» scrive Le Monde Diplomatique.

«Se la tassa sui carburanti fosse stata invece una tassa sui veicoli super inquinanti ad alta cilindrata, il messaggio sarebbe stato diverso», commenta Poggi. Macron è stato criticato anche per aver eliminato la tassa sulla ricchezza, e aver dunque favoreggiato le grandi fortune mentre sottraeva dal portafoglio delle classi popolari quei 20 o 30 euro che fanno la differenza. «I poveri pagano il prezzo della transizione ecologica perché c’è una guerra dei ricchi contro i poveri e i ricchi la stanno vincendo», conclude Poggi. Mehdi Ouaroui, portavoce del movimento ecologista Génération.s, definisce l’attitudine della sinistra europea nei confronti dell’ambiente «depoliticizzata, antisociale e arrogante». Secondo Ouaroui, la redistribuzione delle ricchezze esistenti è il migliore antidoto al «produrre di più e distruggere di più» che sta disintegrando l'ambiente.


In realtà, la correlazione tra rispetto per l'ambiente e posti di lavoro non è per forza negativa. Come rivela un rapporto di Eurofound, l'Agenzia europea per il miglioramento delle condizioni lavorative, pubblicato la settimana scorsa, la transizione ecologica creerà posti di lavoro. Secondo Poggi, «È chiaro, se l’agricoltura fosse meno meccanizzata non solo si salverebbe l’ambiente, ma ci sarebbero anche più posti di lavoro». Queste questioni sono state al centro del dibattito della COP24, organizzata a dicembre scorso in Polonia, dove il primo ministro ha proposto un programma di assistenza sociale degli operai delle miniere di carbone per facilitare la transizione verso le energie rinnovabili. Come dimostra la mobilitazione dei gilet gialli, un ambientalismo eretto sulle spalle dei lavoratori è non solo ingiusto ma anche politicamente irrealizzabile. 

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