IL MONDO

Il filosofo: «Il lavoro rende liberi» non è un motto nazista, e dovremmo riappropriarcene

Juanne Pili - 24/03/201907:23

Ha creato indignazione la recente gaffe del dirigente della Volkswagen Herbert Diess, il quale dopo una visita ad Auschwitz ha affermato: «il profitto rende liberi». Una frase simile a quella che si legge all'ingresso del più terribile simbolo dello sterminio nazista. Ma è giusto associare sempre questo motto ai crimini del Terzo Reich? Lo abbiamo chiesto al filosofo Rick DuFer

È difficile non considerare offensiva la battuta dell’amministratore delegato di Volkswagen Herbert Diess: quel «Ebit macht frei» (il profitto rende liberi) somiglia troppo all' «Arbeit macht frei» (il lavoro rende liberi), affisso all’ingresso del lager più simbolico dello sterminio, non solo degli ebrei, ma anche di tanti altri «indesiderati» del regime nazista.

Che si trattasse di una gaffe o di una battuta di pessimo gusto questo lo sa solo Diess. Tuttavia «Arbeit macht frei» non è un motto inventato dai nazisti ed è del tutto normale che oggi si considerino i profitti del lavoro alla base della libertà individuale. La frase venne presa dal titolo di un libro del filologo Lorenz Diefenbach, pubblicato nel 1873. Venne utilizzata anche in altri contesti ed epoche. 

Come nasce l'idea che il lavoro renda liberi

Proprio nell’Età moderna, a partire da filosofi come John Locke, si inverte la concezione medievale del lavoro inteso come un limite alla libertà. Secondo il filosofo inglese, partendo dal principio che ogni essere umano sia proprietario di sé, i frutti del lavoro individuale sono anche alla base della libertà, che si costruisce quindi attraverso il lavoro. Locke non parlava del lavoro di operai e schiavi, ma della libera attività produttiva degli individui.

Si possono muovere critiche a questo ragionamento, ma in quest’ottica, quell' «Arbeit macht frei», decontestualizzato ad arte dai nazisti, non dileggiava solo gli ebrei, ma tutti i principi liberali e democratici, che da lì a poco avrebbero sconfitto il totalitarismo in Europa, ristabilendo - almeno nei paesi a ovest della Cortina di ferro - delle democrazie fondate proprio sulla libertà.

Rick DuFer: «Quindi anche Gesù era nazista?»

Il filosofo e divulgatore via YouTube Rick DuFer ha spiegato a Open quali sono le origini del motto, in tutte le sue varie declinazioni.

Forse il dirigente di Volkswagen avrebbe potuto scegliere una frase migliore.

«Nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta di una delle frasi più “ricollocate” al mondo, a partire da Gesù quando disse “la verità vi renderà liberi”, da allora ognuno la adatta a proprio uso e consumo. Il netturbino potrebbe dire che è la spazzatura a renderci liberi. Si tratta di una frase talmente vaga che ognuno ci può mettere quello che vuole. L’unica sfortuna che ha avuto Diess è che l’ha detta in tedesco.

Non ho sotto mano la bibliografia di tutti quelli che hanno usato questa frase, di sicuro qualsiasi filosofo, qualsiasi intellettuale, ha riproposto quella frase sostituendo la parola “verità“ con qualsiasi altra cosa. “Il lavoro vi renderà liberi” lo hanno detto molto prima rispetto ai nazisti, sicuramente è stato utilizzato anche durante la rivoluzione industriale.

Si tratta della classica “frase baule”: il “qualsiasi cosa” vi renderà liberi è stata già ampiamente usata, anche da me; ho fatto un monologo in Sicilia che si intitola “la libertà vi renderà liberì”, allora cosa vogliamo dire, che è un richiamo al nazismo? Tutto questo non ha nessun senso».

Il fatto che quella frase sia stata pronunciata in un determinato contesto aziendale, quello della Volkswagen, deve aver contribuito parecchio a creare indignazione.

«Il problema che mi preoccupa maggiormente è che noi non diamo più il beneficio del dubbio alle cose. Il dibattito pubblico è talmente incattivito che noi non diamo nemmeno il beneficio del dubbio positivo a chiunque. Nessuno ha più quel credito che è necessario quando tu valuti le parole di chiunque.

La Volkswagen è una delle aziende che si impegnano maggiormente in Germania proprio nella proposizione di culture che siano diametralmente contrarie rispetto a una nuova recrudescenza di tipo nazional socialista, è molto attiva nel campo sociale, quindi di cosa stiamo parlando? Siamo di fronte a una tale imbecillità che non saprei neanche come commentarla».

Quindi sostenere che il lavoro o il profitto rende liberi è legittimo?

«Il nazismo ha preso un motto che è assolutamente legittimo, applicabile a qualsiasi cosa, e che ad un certo punto diventa pure “fuffa”, nel senso che “il lavoro rende liberi” può voler dire tutto e niente. Ma è evidente che il nazismo ha preso quel motto più che altro per prendere in giro, schernire, coloro che venivano internati nei campi di lavoro, facendo quel che sappiamo.

Quindi da un certo punto di vista mi verrebbe da dire che è quasi un dovere culturale quello di riappropriarsi di elementi che sono stati fagocitati da una cultura malata. Se mi consentite una provocazione: è inaccettabile che anche un simbolo come la svastica sia stato fagocitato culturalmente da quel tipo di anti-sensibilità.

La storia del simbolo della svastica - lo sappiamo benissimo - proviene dalla cultura orientale dell’Induismo, aveva originariamente significati importanti come quello della fertilità, quindi sarebbe dovere della cultura produrre un certo tipo di discorso che ci permetta di riappropriarci di simboli che il nazismo in maniera inconsulta ha fatto propri. Ovviamente - questo lo voglio chiarire - è impossibile, almeno per il prossimo secolo, recuperare culturalmente la svastica, cosa che mi interessa anche poco».

Forse siamo di fronte ad un «effetto collaterale» del pur legittimo politicamente corretto?

«Sicuramente c’è un fattore di “offendibilità” delle sensibilità altrui. Quando noi tendiamo a offenderci accadono due cose: in primo luogo togliamo la fiducia agli altri, stiamo già dichiarando che non avremo fiducia del fatto che le dichiarazioni di qualcuno tendano sempre nel miglior significato possibile; dall’altra parte tu stai eliminando dal campo sociale la possibilità di riappropriarci di alcuni motti, di alcuni simboli.

In secondo luogo, spero che un giorno smetteremo di offenderci per qualunque cosa, perché fintanto che succederanno queste cose sarà sempre preferibile tacere, perché qualsiasi cosa dirai potrebbe essere usata contro di te. Tutto questo è terribile. Si tratta di uno degli assist più forti che possiamo dare a quel tipo di anti-cultura, facendo passare l’idea che i nazisti abbiano ancora una certa credibilità: invece, no, non ce l’hanno, questo è il punto».

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