IL MONDO

Un populista amico dei miliardari: cosa c'è in «The brink», il documentario su Steve Bannon

Riccardo Liberatore - 10/04/201921:24Aggiornato 10/04/2019 22:24

Abbiamo visto in anteprima il nuovo documentario che racconta il tentativo da parte dell'ex guru di Donald Trump di creare un'internazionale sovranista. A partire dall'Europa

Il mondo lo conosce come colui che ha permesso a Donald Trump di vincere la gara presidenziale del 2016. Senza di Steve Bannon, Trump sarebbe stato un contenitore senza contenuti, privo di ideologia. La rivoluzione trumpiana ha garantito a Bannon la fama e il rispetto di leader politici in tutto il mondo. Oggi, in Europa, è noto come colui che sussurra ai partiti populisti di destra, il profeta dei «dimenticati dalla globalizzazione», il messia dei «deplorevoli», come Hillary Clinton aveva battezzato in campagna elettorale i sostenitori di Trump.

Ma in The Brink (titolo italiano: Sull'orlo dell'abisso), il documentario della regista trentacinquenne Alison Klayman, Bannon ci appare in nuove vesti. Auto-ironico e affabile, solitario e irascibile, docile con i giornalisti e autoritario con i suoi collaboratori, pensatore iconoclasta e, al tempo stesso, servizievole corteggiatore di miliardari. Un populista, sì, ma non certo un uomo del popolo. È lo stesso Bannon a rimarcarlo verso la fine del documentario, quando torna a fare campagna elettorale per conto dei Repubblicani durante le elezioni di metà mandato a novembre 2018.

Alison Klayman  | Steve Bannon a un raduno in occasione delle elezioni midterm nel 2018

Lui e il suo entourage, che ruota attorno a pochi fedeli collaboratori tra cui il nipote Sean Bannon (figlio del fratello di Steve) e l'editore del ramo inglese di Breitbart News, Raheem Kassam, visitano la casa di alcuni elettori repubblicani. Una casa modesta, con in vista un crocifisso nel soggiorno, che Bannon dice ricordargli quella in cui è cresciuto, lui figlio di un'umile famiglia di cattolici irlandesi americani.

Ed ecco che nella scena successiva Bannon si trova in un aeroporto privato, pronto a decollare con un jet per raggiungere qualche alleato sovranista in un Paese lontano. Bannon si gira verso la telecamera e, sorridendo come un ragazzino che è stato beccato a fare qualcosa che non dovrebbe fare, si confessa alla telecamera: «Hotel 5 stelle, jet privati....questo documentario mi abbatterà!».

Alison Klayman | In programma alla Fondazione Feltrinelli a Milano il 12 aprile

Questa contraddizione di fondo non sembra però preoccupare Bannon più di tanto. Non fa un mistero del suo passato da banchiere, citando più volte gli anni passati a Goldman Sachs. Si circonda di miliardari, come l'eccentrico uomo d'affari cinese Miles Kwok da cui, la regista fa sapere nei titoli di coda, Bannon è riuscito a farsi dare svariati milioni di dollari per finanziare la sua rivoluzione.

Passa dalla suite di uno scenografico Hotel a Venezia - in cui avviene un siparietto memorabile con Giorgia Meloni e un giornalista del quotidiano britannicoThe Guardian che rinfaccia a Bannon di aver chiamato Fratelli d'Italia un partito neo-fascista (Bannon sorride a denti stretti e nega) - a un comizio patinato con la stessa disinvoltura con cui tracanna lattine di Red Bull per continuare a lavorare a notte inoltrata. E se fossero i populisti come Bannon a essere i veri radical chic?

Ma dal documentario si evincono anche delle verità importanti non solo sulla vita di Steve Bannon ma anche sull'internazionale sovranista che, dopo il suo licenziamento dalla posizione di stratega al fianco di Donald Trump pochi mesi dopo l'inizio del suo mandato presidenziale, Bannon sta cercando di costruire partendo dall'Europa del suo idolo Viktor Orbàn, il premier autoritario dell'Ungheria, e da nuovi e vecchi alleati, come Nigel Farage (ex leader del partito indipendentista Ukip), Matteo Salvini e, appunto, Giorgia Meloni.

La prima è che i sovranisti euroscettici sembrano credere molto alle doti propagandistiche e organizzative di Bannon, al quale si rivolgono con toni riverenti e per il quale sono disposti a macinare chilometri pur di passare qualche ora insieme. La seconda è che, stando al documentario, la macchina organizzativa di Bannon lascia molto a desiderare. Forse, per il momento, l'Europa può ancora dormire tranquilla. 

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