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Generazione gender fluid: l'identità (sessuale) è mia

18/1216:28Giada Ferraglioni, Felice Florio, Angela Gennaro

Le storie e le emozioni dei giovani italiani che non si identificano nei generi maschile e femminile

 

Gabe ha vent’anni e studia comunicazione all'Università Statale di Milano. Capelli corti, cardigan largo e due grandi dilatatori sui lobi. Il suo ragazzo preferisce non farsi inquadrare, ma non lascia mai la mano di Gabe mentre racconta la sua storia davanti a un caffè. «La nostra relazione non ha niente di diverso dalle altre, semplicemente io sono io, e a quanto pare a lui piaccio». Si sono conosciuti a Milano: Gabe è nato qui, il suo ragazzo è andato via dalla Puglia per studiare «e per essere me stesso, senza che gli altri mi giudichino in quanto transgender». Anche Gabe sente di essere in transizione, ma vuole essere definito gender fluid: «Significa appartenere al genere non binario, che non è né uomo né donna. La fluidità è propria della mia identità», spiega. «Mi riferisco a me al maschile per non complicare troppo le cose con chi non conosce il concetto - aggiunge  - ma in realtà la mia è una transizione in un genere non definito».

Gabe, vent'anni, studente dell'Università Statale di Milano

 

Per tanti ragazzi come Gabe non sono solo il maschile e il femminile a definire la propria identità di genere: c'è un “terzo genere”, una realtà vissuta, da protagonista od osservatore, con sempre più naturalezza da chi ha meno di 25 anni. Gender fluid vuol dire non sentirsi rappresentati da entrambi i generi binari, è il rifiuto dell'appartenenza rigida all’uno o all’altro. 

In Italia non ci sono ancora dati statistici su come rapporti e generi stiano cambiando alla luce della non binarietà. All'estero invece la discussione è avanzata. Celebre è la vicenda della fotografa statunitense iO Tillett Wright, che nella Manhattan degli anni '80, a sei anni sceglie di cambiare genere sessuale convincendo maestri e compagni di scuola di essere un maschio. A quattordici anni la sua identità femminile torna a emergere. Così, durante l'adolescenza, comincia a sperimentare la fluidità, senza che i genitori le impedissero di esprimersi in piena libertà. Wright non si ferma alla sua ombra: decide di indagare le sfumature della sessualità americana in un grande progetto fotografico Self Evident Truths: 9.083 foto-ritratti di americani a cui la fotografa ha domandato quanto sei etero? Nessuno, o quasi, ha risposto: 100 per cento.

Storie come la sua stanno contribuendo a far conoscere l'esistenza di una maniera diversa di vivere l'identità di genere. Ma è la rete, secondo i racconti degli under 25, che rende naturalmente fluidi i rapporti. Elia, gender fluid che vive a Savona, ha incontrato proprio su internet una definizione per quelle che erano delle sensazioni senza nome. Non è il solo: ragazzi da tutta Italia trovano su blog e forum lo spazio per un confronto.

Elia, trentun'anni, vive e lavora a Savona

 

«Penso che questo ricambio di ruoli sia giusto», dice Diletta, 21 anni, studentessa dell'Università Bocconi e originaria di Milano, e osservatrice dei cambiamenti di gusti e identità tra i suoi coetanei: «Credo anche che, a volte, crei un po’ di confusione. Ultimamente i maschi non rispecchiano più la definizione di uomo, anche dal punto di vista estetico». E la moda, aggiunge «ha contribuito ad appiattire il maschile sul femminile. Ad alcune piace, ad altre meno». 

Sono proprio le persone gender fluid che affermano di trovare sfogo nella possibilità di vestirsi e di apparire senza seguire i canoni estetici prettamente maschili o femminili. «Durante la fase di scoperta della mia condizione», racconta Elia, «non rinnegavo il fatto di essere una femmina, ma mi identificavo di più nei miei amici maschi. Portavo i capelli corti, sparati».

Nelle università e nei licei milanesi, le classiche etichette di genere e la definizione dei ruoli sembrano perdere importanza. «Quando mi definisco non ne faccio una questione di genere, né quando mi interesso a qualcuno», dice Ilaria, studentessa di lettere all’Università Statale. «Il cambio generazionale è sempre più veloce e anche le nuove generazioni hanno accelerato i processi di cambiamento», conferma Margherita, che studia all’università privata Sigmund Freud, dove segue FluIDSex, progetto che approfondisce sessualità e affettività. «Le relazioni si stanno modificando - conferma - e lo stanno facendo in maniera sempre più rapida». 

Anche tra i giovani, però, c'è chi non è particolarmente contento della più diffusa consapevolezza della fluidità di genere. Ad alcuni non piace il ribaltamento dei classici ruoli nelle relazioni. «Tutta questa libertà sessuale sta causando un po’ di problemi dal punto di vista degli equilibri di coppia», dice Maria Vittoria, milanese, studentessa della Bocconi. «Non ho mai avuto un ragazzo e non mi interessa averne uno per pochi mesi», continua, «credo sia problematico il fatto che l’uomo non sia più il palo portante della coppia, e che la donna non sia più la parte più dolce e carina».

 

 

Eppure Milano è considerata oggi un “luogo privilegiato” per questi temi. La città della moda, del design e con una forte internazionalizzazione dei suoi abitanti è più incline a recepire i cambiamenti culturali degli altri Paesi. «Qui le relazioni non vengono vissute in base al genere o l’orientamento, ma dando importanza alle persone», dice Chiara, studentessa dell'Università Cattolica. «Ci si innamora di una persona, non del suo genere». 

Milano «è un luogo di libertà. Sarebbe bello se fosse così nel resto d’Italia, ma c’è ancora molto da fare», dice Martu. La libreria Antigone di Porta Venezia, quartiere storicamente gay-friendly di Milano, è un po' la sua seconda casa. È il primo negozio di libri cittadino specializzato nelle tematiche LGBTQ+ (sigla collettiva che sta per lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer e tutti gli altri che non si identificano nel genere binario). Martu, originaria di Monza, si è trasferita poco distante da qui, in piazzale Loreto, per motivi di lavoro. «Potendo, non mi inquadrerei un genere», dice Martu, nome scelto per la desinenza neutra. «Nel privato mi faccio chiamare Marta. Sto facendo la transizione al femminile, ma non per questo mi identifico nell’essere una donna».Si definisce piuttosto gender queer, termine ombrello usato per indicare in generale chi rifiuta la visione binaria del genere.

 «A Trani non mi posso mica mettere la pelliccia!», conferma Marcello, studente gender fluid dell’Istituto Europeo di Design, che continua: «eppure un pezzo di tessuto è un pezzo di tessuto. Non ci sono tessuti da uomini e da donne». Marcello si è ambientato bene a Milano e non pensa di fare ritorno in Puglia: «Solo l'idea di mia nonna che mi chiede insistentemente se mi sono fidanzato, come mai indosso una collana, mi terrorizza». 

Marcello, diciannove anni, di Trani. Studia all'Istituto Europeo di Design a Milano

 

Nelle città italiane più piccole è difficile trovare la propria dimensione per esprimere l'appartenenza a un terzo genere. «Sono l’unica persona di genere non binario che conosco», dice Elia, trentenne che vive e lavora a Savona, mentre prepara un piatto di pasta al pesto. «Gli altri gender fluid con cui ho parlato li ho incrociati su YouTube e nei forum». Confrontarsi su certi temi, in provincia, non è semplice. «Mio fratello pensa che sia un trans, in transizione dal femminile al maschile. Mia madre fa quel che può, ma riesce a chiamarmi Elia solo per iscritto, altrimenti usa il mio nome anagrafico femminile».  

Per Alvaro - venticinque anni, impiegato a Milano nello studio di fotografia di suo padre - il motivo è una paura irrazionale, difficile da sradicare, verso ciò che per secoli è stato ritenuto "non normale". «C'è ancora tanta ignoranza: non è che poi per gli etero cambia qualcosa. I transgender o gender fluid come me continuerebbero a esserlo. Semplicemente vivrebbero peggio la propria vita, con molta più sofferenza». 

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