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Silvia Romano, che cosa c'è dietro l'ottimismo

25/1220:18Giada Ferraglioni

Il capo della polizia ha dichiarato che Silvia Romano è ancora in Kenya ed è viva

Ronald arriva in bici davanti agli inviati della Rai, di fronte all'ingresso dell'Ong Milele Africa. Non riesce a nascondere il divertimento di essere ripreso dalla telecamere. Sorride timido e risponde rapidamente a qualche domanda del giornalista. Poco lontano da lì, Padre Josef celebra la messa nella piccola chiesetta del villaggio. «Sentiamo che Silvia è viva», dice il prete. 
 


Ronald è un amico di Silvia, la volontaria ventitreenne rapita il 20 Novembre a Chakama, nella contea di Kilifi. Era con lei la sera in cui alcuni uomini armati hanno attaccato il villaggio: «Ha detto "Ronald, no, mettiti in salvo". È me che vogliono». Già Churchill Otieno Onyango, che lavora in un'organizzazione no-profit locale, si era esposto per testimoniare nei giorni appena successivi al rapimento: «Erano tre somali, e due di loro avevano una pistola».
 


L'attenzione mediatica per il caso di Silvia è altalenante - soprattutto per le poche e confuse informazioni trapelate dalle autorità locali. Dopo un paio di settimane di silenzio, le testate nazionali hanno ripreso a parlare di lei alla vigilia di Natale, quando il comandante della polizia kenyana, Noah Mwivanda, ha commentato le indagini in corso: «È viva ed è in Kenya», ha detto, «abbiamo informazioni cruciali che non posso rivelare». 


Silvia dovrebbe trovarsi nell'area del Tana River, a nord di Malindi e a sud del fiume, nei pressi della cittadina di Garsen - non, come si temeva, nella difficile foresta di Boni. Anche il ministro dell' Interno Matteo Salvini pare rimanere nel limbo della vaghezza. Dopo le dichiarazioni del capo delle forze dell'ordine del Kenya, il vicepremier ha rimesso ogni azione alle autorità del ministero degli Esteri. «Ci hanno chiesto di non entrare nel merito delle iniziative in corso», ha detto a Rainews24.


Le parole di Mwivanda hanno fatto felici più o meno tutti i concittadini di Silvia, fatto salvo per i fanatici del se-l'-è-cercata, che giustificano la loro indifferenza facendo (a giorni alterni) i conti nelle tasche pubbliche del Paese. Era successo con Greta e Vanessa, le "stronzette di Aleppo", alias le cooperanti italiane rapite in Siria nel 2014 mentre prestavano aiuti umanitari ai civili del posto, e liberate cinque mesi dopo. Non era successo con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò accusati di aver ucciso nel Mar Arabico Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i due pescatori indiani scambiati per pirati. 
Questa, però, è storia nota.
 

 


 

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