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Quando l'alternanza scuola-lavoro è pagata: l'apprendistato, un fantasma italiano

Emma Bubola - 07/01/201918:22

In Italia esiste un sistema che permette ai ragazzi delle superiori di lavorare ed essere retribuiti mentre vanno a scuola, ma pochi lo sanno e pochissimi lo fanno 

Anche oggi Enrico, diciotto anni, è sui banchi di scuola quando fuori è ancora buio. Ieri il ristorante in cui lavora come cameriere è rimasto pieno fino a tardi. Gli ultimi clienti si sono alzati dopo mezzanotte, e tra sparecchiare e pulire è tornato a casa all’una. Ma non saranno le sue poche ore di sonno a impedire alla campanella di suonare anche domani, alle otto.

“È dura ma è così, è l’unica,” sorride Enrico, che da quando ha 15 anni riesce quasi a mantenersi da solo. E poi, lavorando in un ristorante può maturare esperienza, utile per quando finirà la scuola alberghiera che frequenta a Verona.

Sono molti i ragazzi italiani che dopo i compiti fanno un mestiere, per guadagnare, per imparare. E anche se molti di loro lavorano nello stesso settore che hanno scelto come indirizzo di studi, le ore retribuite in officina, o quelle dietro al bancone del bar, sono raramente riconosciute come parte del percorso formativo.

Il sistema dell’alternanza scuola-lavoro non rappresenta un'alternativa agli impieghi part-time dei ragazzi, perché prende quasi sempre la forma di tirocinio non pagato. Ci sarebbe però in Italia un modo per fare alternanza ed essere retribuiti.

L’apprendistato di primo livello permette di ottenere il titolo di studio superiore o il diploma professionale dividendo il proprio tempo tra scuola, formazione in azienda e lavoro retribuito. Ci sono istituti che portano al diploma ragazze e ragazzi che hanno passato gran parte delle ore scolastiche lavorando come cuochi, meccanici o segretarie.

Per farlo, la scuola deve stipulare un contratto con il datore di lavoro; parte delle ore in azienda sono considerate tempo di formazione come quelle passate a scuola, e i ragazzi vengono valutati anche su quello che imparano fuori dall’aula.

 

Per due anni lo studente, assunto con un regolare contratto, lavora circa 860 ore all’anno, con un salario praticamente dimezzato rispetto a un collega di livello equivalente. Creato nel 2003, l’apprendistato per i ragazzi delle scuole secondarie è sopravvissuto indenne ai recenti tagli del governo ai mezzi e agli obblighi dell’alternanza scuola-lavoro.

 

Molto utilizzato nell’Europa del Nord come metodo per arginare tanto la disoccupazione giovanile e l’abbandono scolastico, quanto mancanza di manodopera qualificata, l’apprendistato di primo livello è poco conosciuto e raramente applicato nel nostro paese. Su 2,6 milioni di studenti italiani delle superiori, nel 2016 solo 10.682 hanno seguito questi programmi.

 

Una di loro, Desirée, diciotto anni, frequenta il CAPAC, un istituto professionale a Milano, e ha passato il quarto anno di scuola come apprendista cameriera a God Save the Food, un ristorante in zona Tortona. “Ho scelto di lavorare mentre andavo a scuola principalmente per racimolare qualche soldo”, racconta la ragazza, “e poi per farmi dell’esperienza oltre lo studio.” Il suo apprendistato si è concluso a dicembre, quando ha finito la scuola, ma a gennaio tornerà in sala, regolarmente assunta.

Un contratto full-time a fine apprendistato è quello in cui spera Carlo, diciotto anni, che frequenta l’Istituto Professionale Carlo Emilio Gadda a Fornovo, in provincia di Parma. Sui nove mesi scolastici, ne passa quattro presso Dallara, un’azienda che costruisce macchine da corsa. A seconda dei periodi, Carlo guadagna dal 10 al 100% del salario standard dei dipendenti.

 

“I tecnici sono difficili da trovare” spiega Giulia Carbognani, che si occupa dei programmi di apprendistato di Dallara, “le aziende manifatturiere sono in una situazione critica perché chi esce dalle scuole non è pronto a entrare nel mercato del lavoro”.  Dallara ha trovato nella formazione degli studenti un modo per attirare capitale umano.

Rispetto a un tirocinio di un mese, “che può essere fine a se stesso” l’apprendistato crea un rapporto di due anni tra il ragazzo e l’azienda, “un ragazzo uscito dal lavoro è pronto per entrare nel mercato del lavoro,” spiega Carbognani.

 

Carlo ha avuto questa opportunità grazie alla determinazione della scuola e dell’azienda partner. In Italia, infatti, le normative che regolano l’apprendistato sono così mutevoli e complesse che in pochi osano affrontarle. Riformato nel 2011 e poi nel 2015, il contratto di apprendistato di primo livello rimane un terreno instabile e poco accattivante.

Densi strati di burocrazia nascondono alle aziende le agevolazioni di cui godrebbero nell’assumere apprendisti studenti. Ad esempio, i contributi da versare sono ridotti al minimo (5%), e la retribuzione delle ore di formazione interna è pari al 10% di quella dei lavoratori qualificati per la stessa figura professionale.

Agevolazioni che, di fatto, consentirebbero di conciliare l’offerta di un vero e proprio contratto di lavoro a basso costo con un investimento sulla formazione di un proprio lavoratore.

 

Malgrado gli incentivi, le aziende italiane faticano a vedere nella formazione di uno studente un’opportunità. Secolari barriere culturali separano il mondo del lavoro da quello dell’istruzione, frenando la diffusione dell’apprendistato di primo livello. “In Italia il mondo del lavoro e quello dell’istruzione si sono a lungo annusati e guardati, ma raramente hanno pensato di poter condividere dei percorsi” afferma Alberto Vergani, docente all’Università Cattolica di Milano e co-autore del report Cedefop sull’apprendistato Italia 2016/2017.

 

Queste barriere culturali sono però meno imponenti altrove. In Germania, l’anno scorso gli studenti delle superiori in apprendistato erano 520.332; in Francia, più di 400.000.

Tra loro c’è Nina, di origini italiane ma residente a Parigi, dove i suoi genitori si sono trasferiti 20 anni fa. Iscritta a un istituto superiore di commercio, Nina passa una settimana su due presso Lenôtre, maison d'alta gastronomia Francese. Questo le permette di guadagnare l’85% del salario minimo (circa 6,70€ all’ora) durante il periodo scolastico.

Quanto a Nina, è convinta che l’apprendistato durante la scuola farà la differenza sul suo curriculum. “Fare apprendistato durante il liceo mi dà un vantaggio rispetto agli altri,” spiega la ragazza, “Il mio capo capirà che magari non ho letto tutti i libri del mondo, ma che so anche come si lavora.”

Ma quello che a Nina sembra un'evidenza, nel nostro paese stenta a prendere piede. “In Italia c’è una linea ben precisa che separa studio e lavoro”, spiega Stefano Salina, direttore del CAPAC, la scuola che frequenta Desirée, “Ma quando diamo la possibilità di fare entrambe le cose contemporaneamente, sia le aziende che i giovani la accolgono bene.” E continua, “Noi ai nostri ragazzi diciamo: ‘studia, prenderai il tuo titolo di studi, vai a fare il tirocinio che comunque faresti, ma sei anche pagato, prova a pensare un po'...”.

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