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Il Garante dei detenuti contro Salvini e Bonafede: «Su Battisti eccessiva spettacolarizzazione»

Redazione - 16/01/201913:41Aggiornato 06/02/2019 11:32

Continuano le polemiche sulle immagini pubblicate dal ministro della Giustizia su Facebook e sulle parole del ministro dell'Interno che ha dichiarato: «Battisti deve marcire in carcere» . Mauro Palma: «Il Paese non ha bisogno di questo tipo di contenuti»

Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, è intervenuto sulla vicenda Battisti, attaccando Alfonso Bonafede e Matteo Salvini: «Il video, postato dal ministro della giustizia e pubblicato sulla rivista online ministeriale, purtroppo si aggiunge a quel riferimento al "marcire" che il ministro dell’Interno ha più volte espresso: riferimento che indica una finalità della pena detentiva opposta a quella voluta dalla nostra Costituzione».

Il video caricato da Bonafede il 15 gennaio sulla sua pagina Facebook, in cui il ministro celebrava il ritorno in Italia di Cesare Battisti, ha ricevuto pesanti critiche sul web. Il Garante ne auspica la «rimozione». «Ho atteso che calasse il clamore attorno all’operazione che ha riportato Cesare Battisti alla doverosa realtà dell’esecuzione di quella pena che la giustizia gli ha inflitto per quanto commesso. Un punto di arrivo che avrebbe richiesto un atteggiamento sobrio sul piano istituzionale e su quello della comunicazione», continua Palma.

ANSA |

Mauro Palma, nel suo comunicato, ricorda: «Poiché alle parole che cercano - in contrasto con la nostra Costituzione - di dare alla pena il significato del "marcire in carcere", si sono aggiunti i video che riprendono in dettaglio le varie fasi dell'incarcerazione del detenuto, ritengo doveroso richiamare quanto affermato dal nostro ordinamento penitenziario: all’articolo 42-bis comma 4 è prescritto che siano adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti detenuti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità»

Mauro Palma, sulla spettacolarizzazione dell'estradizione di Battisti, ribadisce: «Ricordare che epiteti, frasi e immagini che puntano ad acquisire consenso attraverso il ricorso a un linguaggio del tutto estraneo a quello del Costituente, finiscono per consolidare una cultura di disgregazione sociale e di tensione di cui il Paese non ha certamente bisogno».

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