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Amnesty attacca l'Europa sui migranti: «Li abbandonate alla deriva»

Emma Bubola - 18/01/201908:20Aggiornato 18/01/2019 08:22

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, ci sono due grandi problemi: la mancata ricollocazione dei migranti fra gli stati europei e gli accordi con la Libia

Il giudizio di Amnesty International sulla situazione nel Mediterraneo è netto. In un documento di denuncia nei confronti dell'Europa, pubblicato il 18 gennaio, l'organizzazione per i diritti umani ha sostenuto che, all’inizio, le barche alla deriva erano lasciate per giorni in mare, causando un'enorme quantità di morti. In un secondo momento gli stati europei hanno iniziato a condurre operazioni di salvataggio, trasportando i naufraghi in un «porto sicuro», come impone la legge del mare e quella internazionale, ma hanno smesso di farlo.

A quel punto sono subentrate le ong, ma gli stati europei stanno cercando di sabotare la loro azione. «Tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 si è creata una situazione di paradosso totale, con la Sea Watch e la Professor Albrecht Penck lasciate in mare per settimane», spiega a Open Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. Il 2019 è iniziato con due barche bloccate in mare per 19 giorni, perché non si riusciva a decidere cosa fare dei loro 49 passeggeri. La prospettiva di accoglierli ha paralizzato l’Europa e i suoi 500 milioni di abitanti.

«Si continua a parlare di crisi migratoria», ma secondo Noury  «si parla sempre di numeri minimi. Il Canada vuole accogliere 1 milione di immigrati perché c’è un calo demografico, qui nel 2018 il numero degli arrivi è sceso al suo livello più basso negli ultimi 5 anni, ma si parla ancora di invasione». Amnesty ricostruisce le vicende di Sea Watch e i suoi 32 passeggeri che nessun paese voleva accogliere; quella della nave Professor Albrecht Penck, dell' Ong Sea-Eye, e dei suoi 17 naufraghi bloccati in mare. E quella di Open Arms, cui il governo spagnolo ha negato l’autorizzazione di condurre le sue operazioni di salvataggio.
 

La conclusione di Amnesty è che il 2019 non è iniziato bene, e che qualcosa deve cambiare. Oltre alla disinformazione e alla propaganda sulla questione migratoria, il problema principale è il sistema di Dublino e gli accordi con la Libia. Secondo il regolamento di Dublino, il paese d’approdo è responsabile di esaminare la domanda d’asilo, assistere il richiedente durante il procedimento, integrarlo se la richiesta viene approvata e rimpatriarlo se viene rifiutata. Senza la solidarietà tra gli stati dell'Unione Europea nella condivisione di queste responsabilità, i paesi d’approdo stanno progressivamente scegliendo di impedire ai richiedenti asilo di mettere piede sul loro territorio, esponendoli a grandissimi rischi e infrangendo leggi internazionali.

«Il Parlamento europeo ha dato il via libera a una riforma per l'accordo di Dublino, ma la revisione è bloccata dal Consiglio europeo, composto dai singoli stati tra cui il blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, ndr) che ha interesse a mantenere i migranti nel paese di approdo», spiega Noury. Un altro grave problema, secondo Amnesty, è l’accordo con la Libia. I governi europei hanno progressivamente delegato la responsabilità del controllo del mare alle autorità libiche, in particolare autorizzando la guardia costiera libica a intercettare le barche e a riportarle in Libia. Il fatto che le persone in Libia siano torturate, stuprate e sfruttate non sembra avere molta importanza per le autorità europee.

Una parte fondamentale di questa strategia è stata la creazione di una zona di ricerca e soccorso libica, nel giugno 2018. Questo significa affidare alle autorità libiche le sorti dei naufraghi in mare, nonostante la Libia non abbia le capacità per portare a termine queste operazioni. Soprattutto, riportare delle persone in quel Paese, che non ha le caratteristiche per essere considerato un «porto sicuro», è illegale secondo la legge internazionale.

Se un capitano di una nave soccorre i migranti in mare, l’Europa non può dare l'ordine di riportarli in Libia, perché così facendo infrangerebbe la legge internazionale. Quello che può fare, però, è dir loro di rivolgersi alle autorità libiche per decidere il da farsi. I capitani si trovano dunque bloccati in un limbo, in cui non possono infrangere la legge né accompagnare i sopravvissuti in Europa. Situazione che rischia di spingerli a infrangere la legge e a lasciare i migranti in mare.
 

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