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L'italiano che ha corso per 39 chilometri a -52 °C a Open: «Ho voluto sfidare me stesso»

Giulia Marchina - 21/01/201916:07Aggiornato 21/01/2019 17:32

Paolo Venturini è sovrintendente della Polizia di Stato e atleta delle Fiamme oro, ha appena compiuto un'impresa storica: ha corso per 4 ore in quella che viene definita «la zona più fredda dell’emisfero boreale»

Quando raggiungiamo al telefono Paolo Venturini, in Siberia è quasi sera, ci separano sei ore di fuso orario e una differenza di temperatura di diversi gradi centigradi. Nella regione russa ci sono -52 gradi, ma il poliziotto non avverte il freddo, nelle sue vene scorre ancora l'adrenalina per il successo che ha appena raggiunto: è riuscito a correre per 39 chilometri in quella che viene definita «la zona più fredda dell’emisfero boreale», da Tomtor a Oymyakon. Chiediamo subito al cinquantenne cosa lo abbia spinto a lasciare Padova per tentare un'impresa così "folle"? «Semplicemente la voglia di sfidare me stesso. Devo sempre alzare il livello, devo poter capire fin dove posso spingermi».

Come sta? Le è venuta la febbre dopo la corsa?

«In realtà no, ho altri mille problemi: ai bronchi, agli occhi – perché ho corso senza occhiali, tanto si sarebbero congelati – ma la febbre no. Mi sono coperto bene (ride ndr)».

Come ha recuperato le energie?

«Ho mangiato un bel piatto di pasta e parmigiano. E qualche cibo tipico: qui mangiano cubetti di carne o pesce congelati che poi intingono nel sale».

Giornata frenetica quella di oggi, del post gara?

«Sono sommerso da richieste di incontri. Non è stata solo una corsa di quasi quaranta chilometri, la mia. Per gli abitanti di questo posto, è stato l’evento degli eventi. Mi considerano “l’uomo del caldo”, e questo li impressiona; per loro l’Europa è un paese a tratti esotico e quindi l’uomo del caldo che viene a correre in Siberia risulta una contraddizione. Chiunque, qui, è stato subito attratto da quello che facevo perché improvvisamente tutto il mondo ha puntato la lente di ingrandimento su Oymyakon; e non hanno la percezione della difficoltà: perché sì, sono abituati alla temperatura ma nessuno corre. La loro unica attività aerobica è la camminata».

Perché lo ha definito "l’evento degli eventi"?

«Padova ha addirittura chiesto tramite me il gemellaggio con la città di Jakutsk (capitale della Jakutia in Siberia, ndr). Dopodomani quando il sindaco di Jakutsk mi riceverà, consegnerò la lettera con la richiesta di gemellaggio. È un evento sportivo, ma anche culturale»

Come l'hanno accolta i russi?

«In queste ore mi sono arrivati regali di ogni tipo: lavori artigianali, un diploma per attestare l’impresa da parte dei ragazzi delle scuole. Si sono tutti vestiti a festa, con gli abiti caratteristici della zona: cantavano, ballavano. Sono arrivate troupe televisive, da ogni parte del mondo. C’erano anche i giapponesi! La ciliegina è stata una medaglia consegnatami dalle forze dell’ordine del governo russo. Sono stato insignito di una sorta di “cavalierato dei veterani della polizia di stato”. È stato emozionante. I medici del mio staff hanno dovuto prendermi di forza e trascinarmi via perché continuavo a scattare foto con la persone, nonostante avessi mezzo naso gelato che andava curato all’istante. Mi sarebbe dispiaciuto andarmene via senza accontentarli. Chissà se il naso congelato in foto si vedrà…»

L'accoglienza le ha permesso di sentire meno freddo?

«Assolutamente sì. La sera prima della gara, una mia vicina di casa – qui in Siberia – mi ha regalato una collana con un amuleto a forma di orso perché la indossassi durante tutta la corsa. Per gli abitanti di questo luogo l’orso è fonte di energia, e loro sono molto legati a tutto ciò che riguarda la natura e il mondo animale».

Ma con tutto quello che avrebbe potuto fare durante il suo tempo libero, come le è venuto in mente di andarsene a correre al freddo e al gelo?

«Perché devo sempre alzare il livello, devo poter capire fin dove posso spingermi. La volta scorsa si è trattato di correre nella parte più calda della terra, nel periodo più caldo dell’anno (si riferisce al 19 luglio 2017, quando ha percorso quasi 50 chilometri lungo il deserto iraniano Dasht-e Lut. In questa zona sono state registrate anche temperature di 70 gradi, ndr), stavolta invece ho pensato di fare l’opposto – posto più freddo durante il periodo più freddo - per vedere se avrei retto».

Ha senso, nel 2019, fissare questi obiettivi?

«Secondo me che sia 2019 o 1819 poco cambia. L’uomo ha sempre sfidato la natura, cercando di progredire. Io qui ho portato un gruppo di aziende italiane a testare dei materiali nelle condizioni più estreme. Non esiste niente in letteratura medica che spieghi cosa succede a un corpo umano che fa attività fisica a queste temperature. Non ci sono materiali adatti per fare sport a queste temperature. Non voglio dire che da domani tutti potranno correre a cinquanta gradi sottozero; ma queste piccole avventure possono diventare importanti per evolversi».

La prossima impresa?

«Non so, non ho iniziato a pensarci. Ma state certi che mi inventerò qualcosa».

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