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Né bamboccioni, né vittime: il lavoro per i giovani c'è, ma non è tutto uguale

Francesco Seghezzi - 22/01/201912:11Aggiornato 22/01/2019 12:56

Il nostro articolo sui lavori che mancano ha generato dibattito. Abbiamo scelto di approfondire subito le ragioni di chi decide di non accettare le tante offerte che ci sono
 

L'articolo di ieri sulle posizioni lavorative aperte per le quali le imprese non trovano personale ha generato molta discussione. Non poteva essere altrimenti, essendo un tema caldo che tocca direttamente le vite di centinaia di migliaia di persone, giovani e non. L'obiettivo dell'articolo era lanciare un sasso mostrando come sia vero il fatto che mancano profili specializzati e tecnici, ma mancano anche (e in misura maggiore) tanti lavoratori per mansioni meno qualificate. Si trattava della descrizione dello status quo di quanto le imprese dichiarano e voleva essere il primo di una serie di contributi sul tema. Ma i numerosi commenti ci spingono ad accelerare nell'approfondimento, e quindi tocchiamo oggi almeno due tematiche, precedute da una premessa.

La premessa riguarda i dati Excelsior Unioncamere. Si tratta di questionari che le imprese compilano mensilmente dichiarando quali sono le posizioni aperte, la tipologia contrattuale e la difficoltà di reperimento della figura, oltre a tutta una serie di informazioni (qui trovate una bozza del questionario). Sta quindi alle imprese essere sincere nel riportare le informazioni, che potrebbero essere aderenti o distanti dalla realtà. Un osservatore non può che limitarsi ad utilizzare i dati che emergono, mantenendo pur sempre un occhio critico.  

 

Quale salario e quale contratto?

Un primo elemento che potrebbe tenere lontane le persone in cerca di lavoro da alcune delle posizioni lavorative che abbiamo mostrato è quello del salario. Spesso infatti si tratta di lavori con salari particolarmente bassi o incerti generati dall'utilizzo di tirocini o contratti di lavoro non subordinato, così come forme di part-time a poche ore. In altri casi invece, come nella testimonianza di Valerio raccolta da Open, si tratta di lavori con un fisso mensile molto basso e una percentuale variabile molto alta che rischia però di non portare a un salario che garantisce la sussistenza. Per non parlare poi di lavori più qualificati, come quello di Vincenzo, che vengono retribuiti in misura molto inferiore rispetto a quanto accade in altri paesi europei. Dinamica che spinge molti a emigrare.

Il tutto da inquadrare nel panorama più generale italiano nel quale un lavoro non è più garanzia di fuoriuscita dalla povertà. A questo si aggiunge il tema delle forme contrattuali che in alcuni casi sono tirocini (e quindi non contratti di lavoro) o lavori presso cooperative spurie che subappaltano gli appalti. Così come i minimi salariali previsti dagli stessi contratti collettivi in Italia spesso non vengono rispettati. Dai dati di Excelsior oltre il 60% delle posizioni di cui abbiamo scritto sono lavoro subordinato a tempo determinato, indeterminato o in apprendistato. Con differenze importanti tra settori: le posizioni per cuoco pizzaiolo, ad esempio, sono al 97% con un contratto di lavoro subordinato; per il venditore rappresentante invece la percentuale scende solo al 9%.

Le condizioni del mercato del lavoro italiane sono invece molto complesse e problematiche, con mercati del lavoro locali che si differenziano enormemente l'uno dall'altro per qualità, legalità e retribuzioni. Quando si parla di decine di migliaia di posizioni lavorative non si possono fare considerazioni unitarie. Ci sono differenze tra settori, tra città e tra impresa e impresa. Per questo abbiamo chiesto ai nostri lettori di raccontare le loro storie, perché sono una diversa dall'altra. Ma se non ha senso generalizzare non ha senso da entrambi i punti di vista, che spesso si rincorrono. È insopportabile la retorica sui giovani sfaticati e bamboccioni che non accettano le prove che il mercato del lavoro chiede loro ed è insopportabile la retorica vittimista, che vede sempre e comunque un complotto contro i giovani e contro il lavoro, anche dove spesso non c'è affatto. Raccontare storie serve proprio a questo, a non fare un torto alla complessità. Ma insieme alle storie vogliamo far parlare i dati, per questo inizieremo, a partire dal prossimo mese, a pubblicare su Open le posizioni lavorative aperte e di difficile reperimento, specificando anche le tipologie contrattuali e verificandole periodicamente, per denunciare cosa non va e promuovere ciò che funziona. 

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