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Indagine sui lavori che nessuno vuole fare. Greta: «Vi racconto lo sfruttamento nella ristorazione»

Charlotte Matteini - 23/01/201916:39

Davvero i giovani non vogliono fare certi lavori? Oppure le aziende non trovano addetti perché non offrono una retribuzione adeguata? Per capirlo, abbiamo scelto di dare voce alle ragioni di alcuni ragazzi e chiesto ai nostri lettori di raccontarci le loro esperienze. Oggi parliamo di Greta, 22 anni, e dello sfruttamento nella ristorazione

Qualche giorno fa, un articolo di Open dedicato ai lavori che «i giovani non vogliono fare» ha creato molto dibattito e molte polemiche. Secondo i dati della ricerca di Excelsior Unioncamere che abbiamo riportato, ci sarebbero migliaia di posti vacanti nel settore della ristorazione, dell'informatica o del settore assicurativo, ma le aziende farebbero molta fatica a trovare persone da assumere perché, questi lavori, non li vorrebbe fare più nessuno. 

Per capire meglio le ragioni di una categoria spesso descritta come fannullona, abbiamo deciso di raccontare alcune storie dei giovani che hanno provato a fare i lavori che non vuole fare nessuno, ma alla fine hanno rinunciato a proseguire con l'esperienza causa stipendi bassissimi o condizioni di lavoro ai limiti della legalità.

Ecco la storia di Greta, studentessa di 22 anni che ci racconta la sua esperienza nel mondo della ristorazione e in particolare la vita professionale di una cameriera stagionale. «Io lavoro in una località di mare vicino a Grossetto e personalmente non ho mai rifiutato un lavoro da cameriera però se i miei coetanei lo fanno li capisco molto bene. », ci spiega. 

«Durante il lavoro stagionale la maggior parte dei camerieri sono studenti che lavorano 12/14 ore al giorno con solo due ore di riposo tra un turno e l'altro. In più, il cameriere non viene mai retribuito per tutte le ore che lavora: lo stipendio si aggira intorno ai 1.200 euro al mese, ma non è mai direttamente proporzionale al reale numero di ore effettivamente lavorate e non solamente dichiarate. I contratti? Spesso sono a chiamata e non esistono tutele minime. La malattia non è prevista, perché se ti ammali devi andare lo stesso al lavoro», racconta Greta.

Come mai hai deciso di fare questo lavoro?

«Diciamo che è un lavoro che si trova molto facilmente nelle località di mare e poi è anche un'occupazione che ti permette di stare al passo con gli studi. Volevo mettere da parte dei soldi ed essere un po' più indipendente, quindi ho scelto di lavorare durante la stagione, però questa indipendenza è relativa perché comunque un lavoro del genere non ti permette di comprarti una casa o pagarti un affitto e le bollette».

Come si trova di solito questo tipo di occupazione?

«In realtà si trova spesso sui social e non sui siti specializzati come invece si potrebbe pensare. Girando su Facebook, di solito si trovano questi post dove il datore di lavoro scrive semplicemente 'Cercasi cameriera in località X, per informazioni inviare una mail all'indirizzo Y'».

Negli annunci che tu trovi vengono specificate già le condizioni di lavoro oppure si vengono a sapere solo dopo?

«Nella maggior parte dei casi i datori di lavoro non scrivono nulla riguardo orari o paghe, ma comunque le condizioni di lavoro sono sempre le stesse: contratti a chiamata, le ore dichiarate e pagate sono di molto inferiori a quelle svolte, i contributi quindi sono pagati solo in minima parte. C'è anche da dire che tendenzialmente prendono a lavorare chiunque, senza nessuna esperienza o competenza, è tutto improntato sullo sfruttamento e non sulla professionalità, invece quella del cameriere è una professione che andrebbe nobilitata». 

Conosci qualcuno che ha cercato di ribellarsi?

«Alcune persone sì, l'hanno fatto, però c'è anche da dire che spesso chi fa questo lavoro è costretto ad accettare qualsiasi tipo di condizione per necessità economica. Chi dice di no poi si ritrova senza lavoro e quasi sempre vengono 'assunte' persone che hanno bisogno di lavorare e tendono ad accettare qualsiasi richiesta, questo è il problema».

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