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Sabina Rossa: «Lo Stato lasciò solo mio padre Guido quando sfidò le Br». L'intervista di Open

Chiara Piselli - 24/01/201906:00Aggiornato 24/01/2019 13:09

La figlia di Guido Rossa a Open 40 anni dopo l'agguato al sindacalista e militante del Pci per mano delle Br: «Quando lo slogan era "né con lo Stato né con le Br", lui scelse di schierarsi con lo Stato con la consapevolezza e la lucidità politica che il terrorismo era il principale nemico degli operai. Le scritte di adesso contro di lui figlie di emarginazione e assenza di cultura politica»

Erano le 6.35 del 24 gennaio 1979 quando Guido Rossa, operaio Italsider di 45 anni e sindacalista Fiom Cgil, esce dalla sua casa di Genova, in via Ischia 4, per andare al lavoro a Cornigliano. Ad aspettarlo su un furgone c'è un commando composto da tre brigatisti: Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I tre gli sparano quattro colpi alle gambe e uno solo, mortale, al cuore. Per la prima volta, le Brigate rosse colpiscono un sindacalista e un militante del partito comunista.

Il pulmino con cui il commando ha compiuto l'agguato

 

«Mio padre era un uomo di poche parole». Questo il ricordo di Sabina Rossa, figlia di Guido. «La sua credibilità la conquistava attraverso l’azione».

Quali parole per descrivere suo padre a 40 anni dall'assassinio?

«In me oggi restano vivi i suoi insegnamenti, gli ideali e i valori che mi ha trasmesso. Di lui ricordo il forte senso del dovere, il rigore morale, la coerenza, il senso di responsabilità. Credo siano state queste le sue caratteristiche e doti migliori. Credo poi che per comprendere l’uomo Guido Rossa è imprescindibile conoscere anche l’alpinista Guido Rossa. Perché lui nasce ai piedi delle Dolomiti, a Cesiomaggiore. Dunque, credo che la montagna abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua vita perché gli ha forgiato il carattere. E questo temperamento da scalatore è quello che l’ha accompagnato anche nella vita e nelle nelle scelte più difficili».

 

Scelte come quella del sindacato e dell'impegno politico?

«In quegli anni, che hanno portato poi a quell'epilogo - anni in cui negli ambienti universitari e delle fabbriche lo slogan "né con lo Stato né con le Br" era ampiamente sostenuto - lui scelse di schierarsi dalla parte dello Stato. Con la consapevolezza e la lucidità politica che il terrorismo rappresentava il principale nemico dei lavoratori e degli operai. Perché, ricordiamolo, Guido Rossa è stato figlio di quella classe operaia che ha detto no al terrorismo. Nella memoria collettiva resta la grande solitudine di un uomo che non è stato protetto dallo Stato nel momento più difficile».

 

Come commenta la scritta comparsa nel centro storico di Genova contro suo padre?

«​Non è la prima volta. Sono episodi che si ripetono. Ma credo anche che, in qualche modo, siano prodotti dell'emarginazione sociale, di forte area radicale. Prodotti che arrivano da contesti emarginati poco informati su quella che è stata la nostra storia e sicuramente con nessuna cultura politica. Ecco: totale assenza di cultura politica».

 

Una decina di giorni fa, l’arresto di Cesare Battisti dopo 38 anni di latitanza. Cosa pensa di questa vicenda?

​«Penso che tutti coloro che si sono macchiati di reati di sangue in quegli anni e sono stati condannati all’ergastolo abbiano un debito. Non è giusto pensare che poiché si sono abilmente sottratti alla giustizia non debbano oggi pagare il loro conto ancora in sospeso. Quindi credo sia un debito giusto da dover assolvere. Ci sono delle responsabilità: c’è chi è stato aiutato e chi ha goduto di coperture».

 

​Cosa le è rimasto impresso in particolare del rapporto che la legava a suo padre?

«Ricordo una persona di estrema coerenza e forte senso di responsabilità. Questo lo si poteva vedere da come si comportava. Con gli amici di montagna ma anche con i lavoratori della fabbrica, mio padre era una persona che si conquistava la sua credibilità attraverso l’azione, più che con le parole. Parlava attraverso i gesti. A me bastava un’occhiata da parte sua per capire quello che si poteva e quello che non si poteva fare».

 

Ascolta il ricordo di Guido Rossa nelle parole di sua figlia Sabina:

Dietro l'agguato

Il comunicato delle Br in cui si rivendica l'assassinio dell'operaio Guido Rossa

 

Guido Rossa firma la sua condanna a morte quando denuncia l’operaio Francesco Berardi, intento a nascondere volantini delle Br dietro un distributore di bevande, nella loro fabbrica. Berardi viene arrestato e Rossa testimonia contro di lui durante il processo che si conclude poi con la condanna del brigatista. L'omicidio di Rossa segna una svolta nella storia delle Brigate rosse che, da quel momento, non riescono più a trovare le stesse aperture nelle fabbriche del Paese.

L'arrivo del feretro sotto la pioggia battente

 

Al funerale di Stato, celebrato il 27 gennaio a Genova, partecipano circa 250mila persone nonostante la pioggia battente. Tra loro, c'è anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini, in veste non ufficiale. Dopo la cerimonia, Pertini va a incontrare i lavoratori del porto dove pronuncia queste parole: «Non vi parla il presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate rosse vere le ho conosciute: hanno combattuto contro i fascisti, non contro i democratici». La frase viene accolta con un lungo e caloroso applauso. L'assassinio di Guido Rossa rappresenta uno spartiacque nella storia della lotta alle Br. 

 

 

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