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Il tira e molla del governo sulla Tav: dopo 8 mesi è ancora tutto fermo

Alessandro Parodi - 29/01/201922:32Aggiornato 15/02/2019 15:13

L'analisi costi-benefici, il contro-dossier di Salvini, il valzer delle dichiarazioni, il contratto di governo, ma la sostanza è una sola: sull'opera le posizioni sono inconciliabili

Strano che a nessuno sia ancora venuto in mente di inventare un generatore automatico di dichiarazioni sulla Tav. Ogni giorno Toninelli risponde a una stoccata di Salvini e viceversa. Un tira e molla che finora ha prodotto un unico risultato: il destino dell'opera rimane sospeso. Un grande classico del dibattito sulla linea ad alta velocità Torino-Lione è la guerra sui numeri: quanto costerebbe completarla, quanto costerebbe invece rinunciare al progetto. Capirlo è, in sintesi, quello che avrebbe dovuto fare il gruppo di esperti guidato dal professor Marco Ponti che ha redatto l'ormai leggendaria "analisi costi-benefici", ferma da tre settimane nel cassetto del ministro Toninelli.

Misteriosa e salvifica, nessuno, tranne chi l'ha redatta e commissionata, ne conosce il contenuto. È ormai la vera e indiscussa protagonista di tutta la vicenda che ruota attorno alla costruzione della linea Torino-Lione. Come ogni protagonista, però, per far procedere il racconto, ha bisogno di un'antagonista. Secondo La stampa, Matteo Salvini avrebbe chiesto e ricevuto un contro-dossier sui costi dell'opera, elaborato da alcuni docenti della Bocconi e scritto sulla base dei documenti redatti dall'Osservatorio guidato da Paolo Foietta (commissario incarico dai precedenti esecutivi). Il testo dimostrerebbe che abbandonare il progetto della Tav costerebbe allo Stato 24 miliardi, cioè molto di più rispetto al costo necessario per realizzazione dell'opera.

La spesa per la tratta è da sempre stata al centro del dibattito, anche prima della nascita del governo gialloverde. Ma il tira e molla fra le forze che sostengono l'esecutivo (con il conseguente susseguirsi di dichiarazioni) nasce da un'evidenza lapalissiana che però, come spesso accade nel dibattito politico, rimane nascosta dietro le quinte. Il M5s non ha mai voluto la Tav a prescindere dal costo economico, così come la Lega ha sempre voluto la realizzazione dell'opera a prescindere dal suo costo. Questo è ciò che tutti sanno e che ognuno dimentica. 

Il M5s legittimamente si è sempre opposto a un'opera che considera dannosa dal punto di vista ambientale per la valle che dovrà attraversare. Con questa posizione ha guadagnato il consenso dei movimenti contrari alla Tav, anche delle frange più estreme. La Lega, legittimamente, ha sempre sostenuto, insieme al suo ex alleato Forza Italia, l'importanza strategica della Tav ed è consapevole che la componente più legata al mondo della produzione del suo elettorato condivide questa linea. 

Come tutti i governi di coalizione, il governo Lega-Movimento 5 Stelle nasce da un compromesso che, in questo caso, è stato messo bianco su nero nella forma del cosiddetto Contratto di governo. Viste le posizioni evidentemente inconciliabili, sul tema il contratto recita: «Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell'applicazione dell'accordo tra Italia e Francia».  Un'indicazione di massima che può voler dire qualsiasi cosa.

La sostanza dell'intera vicenda però è che sulla Tav ci sono posizioni nette (e probabilmente non derogabili) a favore o contro. Posizioni politiche, legittime, come si diceva. Posizioni che però appaiono inconciliabili. Il tira e molla, l'elastico, il vai-e-vieni delle dichiarazioni sembrano, a otto mesi dalla nascita del governo, un artificio per illudere che ci sia movimento laddove, invece, c'è uno stallo. 

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