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Perché la crisi del lavoro per i giovani non si cura con Jobs Act e Decreto Dignità

Francesco Seghezzi - 31/01/201913:45Aggiornato 31/01/2019 17:54

Dal Jobs Act al Decreto Dignità, i tentativi di governare il mercato del lavoro con le leggi è sempre fallito: a fronte di problemi sempre più radicati, bisogna trovare soluzioni nuove

Il dibattito sui numeri del lavoro dopo l'approvazione del Jobs Act è stato così divisivo e strumentalizzato che sarebbe limitante ripetere lo stesso errore in occasione dei numeri post-Decreto Dignità. I dati che ha diffuso il 31 gennaio l'Istat, relativi a dicembre 2018, non segnano però ancora nessun tipo di cambiamento sensibile nel mercato del lavoro italiano. 

Il numero degli occupati a termine è cresciuto di 47 mila unità, mentre quello degli occupati a tempo indeterminato è diminuito di 35 mila. Nei mesi scorsi l'andamento era stato opposto, sebbene con numeri inferiori. Allo stesso tempo l'Inps ci ha comunicato la scorsa settimana che i nuovi contratti a termine sono in calo, così come quelli in somministrazione. Dati abbastanza contraddittori, che ci dicono che è ancora troppo presto per una valutazione precisa; la recessione nella quale è entrato il Paese non facilita certo le analisi.

È possibile fare invece una considerazione più generale: negli ultimi anni il tentativo di governare il mercato del lavoro attraverso le leggi ha sempre fallito. Ci ha provato il Jobs Act con l'intervento sull'articolo 18, ma questo non ha portato effetti sull'andamento dell'occupazione permanente, se non nel periodo in cui erano in vigore generosi incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato.

Ci prova ora il Decreto dignità, senza l'arma dell'incentivo (se non per alcune categorie e regioni italiane). Il rischio è sempre lo stesso: perdere tempo illudendosi di poter cambiare il corso dello sviluppo economico e dei processi produttivi attraverso qualche intervento normativo. Così facendo si tenta la strada facile, evitando lo sforzo di trovare le soluzioni nuove che il contesto economico richiede

I dati di oggi, uniti a quelli degli ultimi mesi, ci suggeriscono una dinamica. Sappiamo che l'Italia ha un tasso di occupazione degli under 35 molto basso, sul quale incide la scarsa stabilità lavorativa e la forte incidenza di contratti a termine (oltre che tirocini). La reazione a questo problema è stata, negli ultimi anni, spingere le imprese all'assunzione di giovani a tempo indeterminato grazie a incentivi economici e, più recentemente, una stretta sulla durata e sui requisiti del contratto a termine.

I risultati degli incentivi ci sono stati, ma non sono abbastanza. Quello che serve oggi è ripensare le tutele al lavoro all'interno di un mercato in cui, che ci piaccia o meno, i passaggi da un lavoro all'altro sono sempre più frequenti, la permanenza in un posto di lavoro è più breve e, anche se sembra ancora difficile da accettare, i giovani stessi non hanno il posto fisso come esigenza principale.

Si potrebbero immaginare modalità di supporto per le transizioni professionali nelle diverse fasi della vita di un individuo: sviluppare la portabilità delle competenze, delle tutele previdenziali, anche con un supporto al reddito nei momenti di passaggio. Il principio del reddito di cittadinanza, almeno nella teoria, sembra andare in questa direzione, ma è ancora troppo legato ad una visione di intervento passivo - come se tutti i passaggi di una carriera fossero un dramma ed una emergenza. Occorre cambiare e ribaltare il paradigma, e non iniziamo subito rischiamo di metterci decenni.

Bisogna partire dall'osservazione disinteressata della realtà, che ci racconta che le imprese oggi si muovono in un clima di concorrenza internazionale sempre più forte, che le ostacola nel fare previsioni a lungo termine. Il ciclo di vita dei prodotti è sempre più breve e la natura dei servizi è sempre più mutevole, generando così una domanda di lavoro e di competenze anch'essa mutevole nel breve termine. Questo porta ad una riduzione dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e ad un utilizzo maggiore, a volte esagerato, della flessibilità.

Queste considerazioni fondamentali devono essere approfondite; non per sposare in pieno un modello che approfitta spesso dei cambiamenti scaricandoli sui lavoratori, ma per individuare nuove strade per tutelarli che nascano all'interno del contesto in cui ci troviamo, non in un Novecento industriale che non esiste più.
 

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