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Il lavoro aumenta, ma solo per élite e personale non qualificato. Ecco perché

Francesco Seghezzi - 05/02/201906:17Aggiornato 05/02/2019 07:17

In Italia gli impieghi a bassa qualifica crescono il doppio rispetto a quelli molto qualificati. Il viaggio tra un'anomalia del nostro Paese e le sue cause: tecnologia, demografia e troppe piccole imprese

Sono aumentati gli occupati o i disoccupati? Tutto il dibattito sul mercato del lavoro sembra ridursi a questo. Ma purtroppo non è così facile. Dovremmo smettere di concentrarci solo sulla quantità e guardare alla sua trasformazione. Sappiamo infatti che non tutti i mestieri sono uguali e che le economie dei paesi sviluppati stanno cambiando profondamente trascinando con loro proprio il mercato del lavoro. 

La polarizzazione anomala del caso italiano

In tutti i Paesi Ocse si assiste da almeno vent'anni a un fenomeno di polarizzazione. Crescono i lavori con alte qualifiche, crescono quelli a basse qualifiche, diminuisce la fascia media. Ma se nella media dei Paesi la crescita dei lavori ad alta qualifica, e quindi con alti salari, cresce di più della fascia bassa, è stato mostrato come in Italia non sia affatto così. Basta prendere i dati Istat sull'andamento dell'occupazione suddivisa per professione e si capisce la situazione. Tra il 2011 e il terzo trimestre 2018 (gli ultimi dati disponibili), gli occupati nelle professioni ad alta qualifica (dirigenti, professioni intellettuali, professioni tecniche) sono cresciuti del 6%, mentre gli occupati classificati come personale non qualificato, sono cresciuti del 14%.

Più complesso il caso della fascia media, che in Italia è stata apparentemente stabile (-0,5%). In realtà se si indaga più a fondo si nota una diminuzione di quasi 700 mila unità tra operai, artigiani e agricoltori e una crescita di quasi 500 mila unità tra gli addetti alla vendita e ai servizi personali. Se ci fermassimo a guardare solo il numero delle persone che lavorano in Italia tutto questo non si vedrebbe, anzi. Tra il 2011 e il 2018 infatti la crescita è stata di oltre 700 mila occupati, segnando una netta ripresa soprattutto dopo la fase peggiore della crisi (dal 2014 in poi). Ma guardando solo questi numeri non ci accorgeremmo che sta rapidamente cambiando la fisionomia del mercato del lavoro italiano

Le cause: tecnologia, demografia, immigrazione e dimensioni delle imprese

E quali sono le cause? Difficile individuarne una in particolare. Il principale accusato dai teorici della polarizzazione del mercato del lavoro è il cambiamento tecnologico, che avrebbe come conseguenza la distruzione della fascia media, soprattutto di quella occupata nell'industria. Ma in Italia non sembra essere una causa così centrale, anche perché è difficile isolare questo fenomeno dalla profonda crisi che la manifattura italiana ha vissuto e continua a vivere. Pensiamo che le imprese metalmeccaniche ancora oggi producono il 22% in meno rispetto al 2008. Sicuramente però, ha influito lo svilupparsi di nuovi servizi e lavoro impiegatizio che, come abbiamo visto, ha compensato quello operaio nei numeri ma non sempre nei salari. Si tratta infatti di lavori che hanno una maggior componente di occupati part-time

In Italia le cause sembrano altre. Infatti la domanda di lavoro non muta solo perché cambia l'economia mondiale, si sviluppano catene globali del valore o nuovi monopoli. C'è una spiegazione più semplice alla quale si pensa poco: la popolazione italiana invecchia più delle altre. E questo porta con sé una domanda di lavoro per la cura degli anziani e dei non autosufficienti che porta ad accrescere gli occupati nella fascia dei servizi alla persona poco qualificati. 

Questo dato si fonde con il tema immigrazione. Come è stato mostrato in un recente studio, i lavoratori stranieri compongono la quasi totalità dei nuovi occupati nei settori non qualificati con una grande crescita nei servizi alla persona (assistenza familiare soprattutto), nel bracciantato agricolo e nelle costruzioni. Si tratta di persone più disposte ad accettare bassi salari e condizioni di lavoro più sfavorevoli rispetto ad altri settori. Spesso le imprese, sapendo di avere questo bacino, ne approfittano. E il lavoro di cura è tra i settori principali, come è stato ampiamente studiato. Pensiamo solo che su 100 lavoratori nel settore "altri servizi collettivi e personali" ben 36,5 sono stranieri, prevalentemente extracomunitari. 

Una ulteriore causa riguarda invece proprio la dinamica opposta, ossia il basso livello di innovazione delle imprese italiane generato dai bassi investimenti degli ultimi anni e, più strutturalmente, dall'enorme numero di piccole e medie imprese che spesso, proprio per la loro dimensione, faticano ad innovare e si trovano a scegliere lavoratori a basse qualifiche, che hanno un costo inferiore. Questo genera una spinta a quella fuga dei cervelli di cui tanto si parla, che vede ambienti più ospitali all'estero rispetto all'Italia. Per non parlare del blocco delle assunzioni nel settore pubblico che comprende occupati nella sanità e nell'istruzione che, come qualcuno ha notato, contribuiscono proprio alla fascia alta delle qualifiche. 

Fenomeni diversi quindi che toccano aspetti strutturali dell'economia italiana, ma anche dinamiche più recenti. Ma fenomeni che ci mettono davanti alla sfida fondamentale di quello che un Paese come il nostro vuole essere. Si può benissimo continuare a perdere il poco capitale umano qualificato a vantaggio di lavori di basso livello e a bassa produttività. Ma non si può pretendere di essere allo stesso tempo tra i protagonisti dell'economia mondiale, finiremmo inesorabilmente per scendere anno dopo anno la classifica. 


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