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«Preferiamo buttare il latte, piuttosto che venderlo a prezzi così bassi». L'intervista al movimento dei pastori sardi

Redazione - 11/02/201920:50Aggiornato 11/02/2019 21:02

La portavoce del gruppo Maria Barca ha parlato a Open della protesta del latte: «Vogliamo che i nostri prodotti vengano valorizzati»

Da ormai quattro giorni le strade sarde sono invase da litri di latte. I pastori sardi sono in rivolta in tutta la regione dopo un ulteriore crollo dei prezzi del latte, che ha raggiunto i 60 centesimi al litro. Ma questa è una protesta che parte da lontano, dalle radici culturali di una regione che vorrebbe vivere delle sue unicità territoriali e gastronomiche. Anche la Cao Formaggi si è schierata con gli allevatori decidendo di bloccare la produzione nello stabilimento di Fenosu, alle porte di Oristano. «Siamo solidali con la protesta dei pastori e vicino al disagio che stanno sopportando, visti i fatti contingenti, sospende qualsiasi tipo di attività sia di produzione che di distribuzione, sperando in una rapida soluzione della vertenza» ha dichiarato un portavoce della cooperativa. Per dare voce alle ragioni dei pastori Open ha intervistato Maria Barca, portavoce del Movimento Pastori Sardi.

Qual è la situazione?

«Sono giorni particolari da tanti punti di vista, sia a livello sentimentale che emozionale. È una protesta molto dura da vivere, vedere il latte versato sulle nostre strade è doloroso per tutti. Per i pastori e le loro famiglie non è facile compiere questo gesto che però si è reso assolutamente indispensabile. Avevamo bisogno di un'azione che richiamasse l'attenzione di tutti e che, soprattutto, facesse notare ai nostri antagonisti come i pastori preferiscano buttare il latte piuttosto che darlo alle aziende ai prezzi correnti».  

Quando è iniziata la protesta?

«In realtà sono state manifestazioni quasi inevitabili. Quando si arriva ad essere così esasperati è facile che la protesta possa attivarsi in qualsiasi momento. Non c'è un unico movimento dietro a questa manifestazione, tutti i pastori della Sardegna sono slegati da qualsiasi sigla, per le strade non si vedono neanche le bandiere del Movimento. Stiamo partecipando alla protesta senza usare i nostri colori perché crediamo che la manifestazione sia di tutti, di tutta la regione, non abbiamo appartenenze partitiche. I pastori si sono auto organizzati per portare avanti questa protesta dilagante. Sappiamo che anche i nostri fratelli della Toscana si stanno organizzando allo stesso modo. In Sardegna ci sono circa 17.000 aziende di pastori che partecipano con le loro famiglie e con tutti coloro che dimostrano solidarietà». 

Perché versare il latte?

«È un gesto simbolico. Preferiamo darlo alle bestie o fare del formaggio piuttosto che venderlo alle aziende. Se non fosse stata un'azione così rumorosa non credo che l'Italia, né il resto del mondo si sarebbe accorto di noi, sarebbe rimasta l'ennesima protesta senza un seguito. I pastori non scenderanno più a patti, non hanno voglia di fare degli incontri chiarificatori con persone ininfluenti. Non demorderanno finché non raggiungeranno il loro obbiettivo, e se questo non accadrà andrà sempre peggio».

Perché questo calo dei prezzi?

«È una storia che conosco da quando ero bambina, il prezzo basso attanaglia i pastori da sempre. Quest’anno è stato toccato il fondo, ma in passato sono state messe delle pezze. Vogliono avere delle regole ma questa volta saranno le regole dei pastori. La regione non è capace di gestire i fondi europei, sia perché la burocrazia è complicata, sia per l’incapacità di chi ci ha governato. L’Europa continua a riempirsi la bocca di buone parole nei confronti di chi produce alimenti e cibo. Ovviamente una terra come la Sardegna, che non produce quantità, ma qualità deve essere valorizzata. Abbiamo ancora le pecore al pascolo, non viviamo di allevamenti intensivi».

Il suo appello?

« Ribadisco che per i pastori è un dolore enorme, ma preferiscono questa situazione piuttosto che continuare a vendere il loro latte a 60 centesimi al litro. Chiediamo, soprattutto ai consumatori, di non voltarsi dall'altra parte. Speriamo che il prima possibile si possa trovare una soluzione, sia per i pastori che  per le aziende della Sardegna. Essere pastori non vuol dire solo economia, ma anche identità e cultura».

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