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Perché i giovani dovrebbero festeggiare il calo dei pensionati (ma c'è l'incognita Quota 100)

Francesco Seghezzi - 14/02/201906:56Aggiornato 14/02/2019 12:48

In sei anni i pensionati sono diminuiti di 666mila unità e per i giovani è una boccata d'aria fresca perché significa meno assegni sulle loro spalle. Ma si affaccia l'incognita Quota 100

Tra il 2012 e il 2017 il numero dei pensionati in Italia è diminuito di 666mila unità, secondo i nuovi dati Istat. Non è una cifra "diabolica" ma, invece, l’effetto principale della riforma Fornero che è intervenuta sull’età pensionabile, alzandola. Non passa giorno senza che la riforma in questione sia al centro di dibattiti e scontri, ma ogni tanto parlano anche i numeri. E sono numeri per i quali i giovani non possono che ringraziare. Potrebbe sembrare contro intuitivo e si potrebbe urlare allo scontro generazionale, ma è così.

Infatti il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione, ossia chi lavora paga i contributi che vanno a pagare gli assegni mensili di chi, in quel momento, è in pensione. Più pensionati significa quindi più contributi che i lavoratori devono versare, e più si è giovani, più l’arco di tempo in cui si deve versare una cifra più alta cresce. La riduzione del numero dei pensionati significa quindi, in parte, alleggerire il peso sulle spalle delle nuove generazioni. Generazioni che tra il 2012 e il 2017 sono diminuite in quantità, per via del calo delle nascite, ma di un numero inferiore rispetto all'aumento dei pensionati. I giovani dovrebbero appunto festeggiare per il minor numero di assegni pensionistici.

Ma subito nascono alcune obiezioni, prima tra tutte quelle che vede come conseguenza della diminuzione dei pensionati il blocco delle assunzioni per i giovani. Obiezione che non sembra avere ad oggi fondamenti scientifici in quanto non è dimostrato che i pensionamenti diano luogo a nuove assunzioni in generale, tantomeno di giovani. E anche laddove è stata avanzata qualche stima di potenziali assunti che avrebbero pagato le conseguenze occupazionali di questo blocco, i numeri non vanno oltre le 40mila unità complessive, in tutte le fasce d’età.

La diminuzione dei pensionati ha inoltre avvicinato il tasso di occupazione degli over 50 italiani alla media europea. Infatti questo è cresciuto dal 51,6% del 2012 al 60% del 2018 (dati Eurostat), pur rimanendo ancora lontano dal 66,6% dell'Europa a 28 paesi. Ricordiamo infatti che l'età effettiva di pensionamento in Italia è ancora ampiamente sotto la media dei paesi Ocse, 62,4 anni per gli uomini (media Ocse 65,3) e 61 per le donne (media Ocse 63,6).

C'è poi il problema dei lavori usuranti. Sappiamo infatti che nel mercato del lavoro uno non vale uno, ci sono lavori nei quali l'età pesa più altri. E sicuramente su questo fronte è necessario ripensare le politiche per l'invecchiamento attivo, per consentire staffette generazionali interne in cui l'esperienza dei lavoratori più maturi venga messa a servizio di giovani occupati con scambi virtuosi di insegnamento e ore lavorate. Questo avviene in un numero molto ridotto di aziende e non c'è nessuna politica nazionale a regolarlo.

In questo scenario si affaccia l'incognita Quota 100 che, a seconda dell'adesione che vedrà, sarà un macigno più o meno pesante sulle spalle delle nuove generazioni che dovranno comunque pagarne i costi. Per non parlare poi del futuro pensionistico degli under 35 di oggi, non certo risolto con l'aumento dell'età pensionabile, che dovrà probabilmente crescere ancora nei prossimi anni. Carriere sempre più discontinue e aumento della speranza di vita richiedono un ripensamento completo dei sistemi di welfare. Ripensamento del quale oggi non sembra parlare nessuno.

 

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