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Un «mental coach» al ministero della Salute. «Non è una novità, Anche Bush e Clinton hanno chiesto il nostro aiuto»

Felice Florio - 23/02/201919:25Aggiornato 23/02/2019 20:09

Teoria delle «Dinamiche a spirale», corsi in cui si motivano le persone a trovare la propria felicità. Il mondo del «mental coaching» è relativamente nuovo e non ha nessuna evidenza scientifica. Allora perché Claudio Belotti è entrato a far parte dello staff della ministra Giulia Grillo? Ecco la sua risposta a Open

Spiegare cosa fa esattamente un mental coach non è semplice: non esistono corsi universitari, albi professionali e, come succede per molti lavori relativamente nuovi, l’opinione pubblica tende a definirli semplicemente “fuffa”. La nomina di Claudio Belotti, 51 anni, come collaboratore della ministra della Salute Giulia Grillo, ha suscitato non poche polemiche. La ministra cinque stelle ha scelto tra i sette dipendenti del suo staff l’allenatore mentale bergamasco. Un incarico annuale che costerà al ministero 35 mila euro lordi.

«Uno dei pionieri del coaching, ha lavorato con migliaia di persone in quattro continenti», recita la bio sul sito extraordinary, gruppo fondato da Belotti che si occupa di formazione, consulenza e servizi nel coaching. «È il maggior esperto in Italia in Dinamiche a spirale, ha insegnato in Università Bocconi», e l’elenco continua con nomi di prestigiosi clienti in Italia e nel mondo: nello sport la squadra di basket Olimpia Milano e il settore giovanile dell’Inter, tra le aziende che si sono rivolte al trainer figurano Bmw, Barclays, L’Oreal e Google.

Belotti, quale sarà il suo apporto al ministero della Salute?

«Il mio compito è di rendere comprensibile il linguaggio medico a tutti gli italiani. Come primi obiettivi concordato con la ministra Grillo, stiamo studiando studiando un modo per convincere i giovani ad avere un approccio più sano nei comportamenti alimentari. Sempre per i ragazzi, vogliamo far capire i benefici di uno stile di vita salutare, l’attenzione che occorre prestare al tema delle malattie sessualmente trasmissibili. Stiamo anche preparando delle campagne che mettano davvero in luce i rischi del gioco d’azzardo».

E come si approccia un mental coach a questo tipo di lavoro?

«Bisogna educare e non mandare messaggi punitivi. Invece di dire “non si fa”, occorre spiegare in maniera semplice perché certi comportamenti sono sbagliati».

Qual è l’organizzazione di lavoro con lo staff di Giulia Grillo?

«La ministra della Salute decide le campagne, io aiuto lei e il suo staff a renderle comprensibili. Quando si sono sollevate le polemiche da parte della stampa, la ministra, per giustificare la mia nomina, ha detto: “Aiuterà a volgarizzare il messaggio”. Non c’è definizione più corretta».

Ma serve davvero un mental coach al ministero della Salute per fare queste attività?

«Ecco il punto dove c’è bisogno di estrema chiarezza. Il mio ruolo al ministero è di consulente in qualità di esperto della comunicazione, non di mental coach».

D’accordo, le chiedo anch’io però di fare ulteriore chiarezza: la sua esperienza di mental coach non c’entra nulla con la convocazione?

«Il lavoro che io faccio al ministero è diverso: è esclusivamente di comunicazione. Abbiamo iniziato questa collaborazione a gennaio, io e il ministra ci siamo conosciuti tramite amicizie in comune. Lei ha espresso la volontà di semplificare la comunicazione della sanità ai cittadini. E ha ragione: la salute non è come la giustizia, riguarda tutti in un modo o nell’altro».

Cosa le ha detto il ministra quando le ha proposto l’incarico?

«“Io sono un medico, a volte tendo a spiegare le cose da un punto di vista scientifico e non è detto che chi ascolta comprenda”».

Ma lei non ha competenze scientifiche visto che il mental coaching, a differenza della psicologia, non è una scienza e forse non lo sarà mai.

«Proprio questo mi dà un grande vantaggio: prima di lanciare una campagna, la devo comprendere io e poi possiamo farla arrivare alla casalinga di Voghera. E comunque, non confondiamo i piani: lo psicologo o il terapeuta sono professionisti a cui ci si rivolge quando si hanno problemi o patologie importanti. Il mental coach è una figura relativamente nuova. Immaginatela come un consulente, un allenatore che segue un allievo dalla panchina, senza interferenze emotive. La mia peculiarità e il business coaching: ceo, manager si rivolgono a me e non a uno psicologo. Semplicemente perché le loro richieste sono “mi aiuti a riordinare le idee”, “mi dai un metodo per gestire le priorità”, e insieme ci lavoriamo».

Può sembrare strano, però, vedere nello staff del ministero della Salute l’autore di una collana di libri “Allenamenti mentali in 60 minuti”.

«L’università di Harvard ha definito il coaching una delle professioni del futuro perché ognuno di noi ha una vita più complessa, sempre più veloce e che non ha tempo per la riflessione. Avere una persona che può aiutare senza farsi coinvolgere emotivamente è importante. Sempre ribadendo che sono stato convocato in quanto comunicatore e non come mental coach e che i miei libri e i miei corsi afferiscono a quell’altra attività, pensate a Anthony Robbins, il più famoso tra i professionisti del mental coaching. Ha lavorato per Bill Clinton, Bush padre, Nelson Mandela. Anche Lady Diana, quando ha divorziato, si è rivolta a lui».

Però è un mondo, proprio perché non regolamentato, che può accogliere al suo interno anche l’ultimo dei ciarlatani.

«Sono d’accordo. C’è confusione su quest’attività e i primi a contribuire sono le persone che si autonominano mental coach, senza essersi formati. Ci sono tante aziende, tanti corsi, molti sono seri e molti servono solo a spillare soldi. La bravura di un mental coach non è ancora riconosciuta da alcun ente, se non dal mercato che dice che questa persona va forte».

Certo che anche i nomi di alcune teorie applicate dai mental coach non aiutano a dare autorevolezza, penso alle “Dinamiche a spirale”, alla Pnl...

«Allora ve la spiego in maniera molto semplice così potete apprezzarne l’utilità. Si tratta di una metodica che aiuta a comprendere le motivazioni che muovono le azioni delle persone. La Programmazione neurolinguistica studia la percezione che hanno gli umani della realtà. Nel pratico, aiuta a seguire gli esempi di persone come Zanardi che, nonostante l’incidente, è riuscito a rimettersi in pista e a diventare un campione grazie alla sua forza di volontà. La Pnl sfrutta il modellamento, ovvero cercare di capire e applicare ciò che fanno quelli bravi. Prima di trarre conclusioni, consiglio di informarsi bene. Io credo nella libertà, ognuno è libero di giudicare come vuole il mental coaching, però deve farlo con correttezza e rispetto. Per chiudere, la Nasa, l’Fbi e molti altri enti autorevoli hanno utilizzato esperti di programmazione linguistica».

Come mai ha accettato l’incarico al ministero, nonostante la paga sia di 35 mila euro lordi annui, cifra molto più bassa di quello che può guadagnare con la sua normale attività?

«Mi sono confrontato con la ministra Grillo. Mi è sembrata subito una persona seria e intellettualmente onesta. Lo vivo come un onore dare una mano allo Stato. Mi pare sia un prezzo corretto per il mio operato. E comunque, il mio contratto può essere interrotto in qualsiasi momento: sia per raggiungimento degli obiettivi, sia per insoddisfazione del ministero».

Ha votato 5 Stelle o Lega alle scorse elezioni?

«Votare è un dovere di tutti e quindi ho votato. Altresì, la segretezza del voto è un diritto. Comunque il mio orientamento politico non c’entra nulla, non ha avuto nessuna importanza in questa nomina. Ho conosciuto la ministra tramite un’amicizia esterna al mondo politico».

L’hanno definita una sorta di sciamano.

«Mi hanno chiamato in tutti i modi, fattucchiere, stregone. Mi piace pensare, con ironia, che aziende come Ing Direct o la Confindustria, con cui ho collaborato, non capiscano nulla. E che invece ha ragione il leone da tastiera sui social o il giornalista che ha dovuto lanciare subito il pezzo online senza fare le opportune verifiche».

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