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Caso Cucchi, ecco i tre documenti che il generale Tomasone non sa spiegare

Sara Menafra - 27/02/201921:16Aggiornato 27/02/2019 22:13

I verbali in cui i carabinieri scrivono relazioni non supportate dai fatti o anticipano elementi che avrebbero dovuto essere coperti dal segreto istruttorio

La mole di atti che il pm Giovanni Musarò ha deciso di depositare oggi, all’apertura del processo per la morte di Stefano Cucchi, è imponente: note verbali, email di trasmissione di atti, verbali d’interrogatorio di nomi importanti dell’Arma dei carabinieri, a Roma e non solo. 

Ma ci sono in particolare tre documenti che hanno messo in difficoltà il generale e comandate interregionale Vittorio Tomasone, sentito oggi in aula come teste della parte civile, chiesto dall'avvocato Fabio Anselmo. Tutti pesanti per i passaggi che sottintendono (solo alcuni ricostruiti cronologicamente dalla procura) e apparentemente inspiegabili. 

Il primo è una nota del 28 ottobre. Nel corso dell’udienza di oggi, il comandante Tomasone ha detto di non aver saputo nulla di quanto avveniva sulla morte del ragazzo fermato la notte tra il 15 e  il 16 ottobre 2009 e morto una settimana dopo fino alla lettura dei giornali del 30. E invece agli atti c’è una richiesta di indicazioni basata sulla prima Ansa in cui Luigi Manconi e Patrizio Gonnella per la prima volta parlavano di una morte sospetta in carcere. 
E c’è appunto la nota del 28 ottobre in cui Tomasone già fornisce una prima ricostruzione dell’arresto di Cucchi. 

Il secondo è la nota del 30 ottobre 2009.  È il documento fondamentale del file definito «in costante aggiornamento» che il comando provinciale dell’Arma dei carabinieri costruisce in vista della risposta che il ministro della giustizia Angelino Alfano deve dare al question time in Parlamento.
In questo caso, Tomasone si limita ad allegare agli atti una più corposa nota redatta dal comandante di Legione, Alessandro Casarsa. La ricostruzione dei fatti, però, è costellata di notizie false e le date sono importanti. 

Proprio il 30, Tomasone ha convocato al comando provinciale alcuni dei partecipanti al fermo di Cucchi «per sapere come si fossero svolti i fatti». Uno di loro, Paolo Unali, allora comandante della compagnia Casilina, ha detto a verbale che «la scala gerarchica sapeva che Cucchi non era stato collaborativo» e di ritenere che il punto fosse dato per scontato nel corso di quella riunione. 
Casarsa, invece, scrive il contrario: 


Sia la fase dell'intervento e del fermo che la successiva operazione di redazione degli atti e perquisizione si sono svolte senza concitazione nei particolari contatti fisici, in quanto il fermato sebbene, in condizione fisica particolarmente debilitata a causa di importanti patologie pregresse, si è dimostrato da subito remissivo ed orientato più a giustificare la propria posizione giudiziaria che non a contestarla attivamente. 


Anche l’elemento sulle «importanti patologie pregresse» è falso e, per di più, nel documento si dice anche che il piantone Colicchio ricorda Cucchi affermare che avrebbe «sofferto di epilessia». Cosa che non risulta né dagli atti né dai più recenti verbali di Colicchio. Il carabiniere non ha neppure mai detto una frase che trasforma ancor di più il giovane geometra, che pure aveva avuto problemi di consumo di sostanze stupefacenti, in qualcuno che non è. Eppure il report è pesante e parla di "tossicodipendenza in fase avanzata", sebbene i dati e la testimonianza di Unali, smentiscano.

Anche il racconto dell’udienza di convalida del fermo non corrisponde agli atti né all’audio acquisito dalla procura, i dati riportati sono tutti falsi. Eppure, Casarsa scrive con molta nettezza: 

Le prime parole registrate nelle dichiarazioni rese dall’arrestato durante l'udienza riguardavano il suo stato di salute, elencando le gravi patologie di cui soffriva: epilessia, anoressia e sieropositività

Perché poi in quegli atti non ci fosse traccia del fotosegnalamento di Cucchi, nessuno lo dice mai, né Tomasone ha saputo spiegare perché non se ne sia parlato nel corso della riunione del 30.  Fatto sta che gli stessi concetti consegnati al ministro della Giustizia Angelino Alfano si trovano in tutti i documenti che hanno risalito la scala gerarchica. Il successivo 10 novembre, Casarsa invierà un'ulteriore nota in cui riferisce di un incontro «non verbalizzato» tra i carabinieri delle stazioni in cui passò Cucchi la sera del 15 e il pm titolare del fascicolo. Incontro che avrebbe dovuto rimanere coperto da segreto. 

Il terzo documento è il più pesante. E paradossale. La data è del 1 novembre 2009 e Vittorio Tomasone anticipa, in una nota che andrà sempre nel fascicolo in preparazione per il ministro della giustizia Angelino Alfano, molti passi avanti compiuti dalle indagini penali.

Una settimana dopo, il 6 novembre, il perito incaricato dalla procura, professor Tancredi, chiederà ai pm di essere affiancato da altri esperti. Eppure, già l’1 novembre, Tomasone scrive delle decisioni che la procura prenderà nei giorni successivi: «Si comunica che nella mattinata di lunedì 2 novembre la procura conferirà l'incarico peritale a un collegio di medici patologi tra cui un istologo è un tossicologo Forense che affiancheranno il professor Tancredi già incaricato degli accertamenti sul caso». 

Degli accertamenti sul corpo di Cucchi Tomasone sa molto più del perito. Se questo chiede rinforzi e dice di non aver potuto fare granché, il report del comandante già afferma che quella perizia è destinata a dire che non c’era nesso causale tra le percosse e la morte. Si parla di un vecchio referto di Cucchi, per una visita fatta il 30 settembre che la procura non aveva ancora acquisito, e delle tracce di sangue trovate nello stomaco e nella vescica che "esperti" riferiscono a patologie epatiche. 

I risultati parziali dell'autopsia già eseguita sul corpo di Cucchi Stefano sembrerebbero non attribuire le cause del decesso a traumi non essendo state rilevate emorragie interne, né segni macroscopici di percosse

A tutti questi elementi raccolti anche a «rischio di violare il segreto investigativo», il comandante per ora non ha dato risposte. E molti dubbi restano riguardo agli altri atti depositati. In particolare il rimpallo di responsabilità tra il capitano Testarmata e il maggiore Sabatino, entrambi ora indagati. Nel 2015 quando le indagini erano ripartite, nel raccogliere gli atti nelle stazioni competenti omisero di dire di aver trovato i verbali di due personaggi fondamentali della vicenda, i piantoni  Colicchio e  Di Sano, in due versioni: una in cui si capisce che Cucchi aveva qualcosa che non andava e l’altra no. «C’era un falso,  me ne sono reso conto» dice oggi Testarmata. Ma all’epoca dei fatti non lo mise a verbale dopo essersi confrontato con il comandante del Nucleo investigativo, Lorenzo Sabatino. 

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