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Governo del cambiamento o del rinvio? La brutta storia di Sì / No Tav

Enrico Mentana  - 11/03/201915:59Aggiornato 19/03/2019 16:11

Che vergogna per l'autoproclamato "Governo del Cambiamento" lo spettacolo dell'ultima settimana, con l'affannosa ricerca di un sotterfugio per non prendere una decisione che tutti sapevano di dover affrontare fin dalla nascita del governo, 280 giorni fa

Che non ci sia stata la crisi di governo è un male, forse, per i partiti di opposizione, e un bene per le forze di maggioranza, ma anche per il sistema-Italia, che avrebbe molto sofferto una crisi al buio in un momento così difficile e incerto per l'economia. Il tanto peggio/tanto meglio non porta mai frutti. Detto questo però, che vergogna per l'autoproclamato "Governo del Cambiamento" lo spettacolo dell'ultima settimana, con l'affannosa ricerca di un sotterfugio per non prendere una decisione che tutti sapevano di dover affrontare fin dal contratto, fin dalla nascita del governo, 280 giorni fa.

Tutto è stato fatto per procrastinare la scelta, la commissione costi/benefici, la relazione fantasma, la valutazione interminabile al ministero delle infrastrutture, i vertici di governo, nella speranza inconfessabile che uno dei due (quei due, Di Maio e Salvini) cedesse agli interessi dell'altro. E, badate, il problema non è chi ha ragione, se la Tav si deve fare o no. Ogni giorno che Dio manda in terra un esperto ci espone le sue ragioni inconfutabili per cui l'opera va assolutamente realizzata, o è inutile.

Il problema di fondo è un altro: un governo investito di un mandato e di una maggioranza parlamentare non può non sapere cosa vuol fare in tema di infrastrutture internazionali, non può affrontare la Tav come se fosse un cataclisma improvviso e imprevedibile. E soprattutto, questa è la vera bugia detta al Paese, non può spacciare il cavillo scovato dal premier, la firma dei bandi con diritto di recesso, come in una televendita, per una soluzione al problema. Lo chiami per favore col suo vero nome: l'escamotage, la gabola per comprare tempo, e poter rinviare tutto a dopo il 26 maggio.

Non perché dopo quella data una scelta sarà più agevole (i buchi nella montagna restano gli stessi, gli esperti contrapposti pure) ma perché fino a quel giorno gli alleati di governo potranno promettere ai rispettivi elettori che la Tav si farà e che non si farà, in cambio del voto alla Lega e al M5s per l'europarlamento e la Regione Piemonte, per sorte proprio la più direttamente interessata all'opera. Basta dirlo, basta saperlo.

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