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L'avvocato di Traini: «Sconvolto per la citazione, ma ora Luca si è pentito» - L'intervista

Chiara Piselli - 15/03/201912:41Aggiornato 15/03/2019 13:57

«L’unica cosa che li accomuna è la pazzia - afferma Giancarlo Giulianelli -. E non riconoscere la pazzia quando c'è significa paradossalmente attribuire a questi personaggi un simbolo o una valenza politica che persone come Luca Traini non intendevano assumere»

«È una cosa incredibile, lascia veramente attoniti e fa molto riflettere su quello che è un fenomeno dai contorni globali». Così l'avvocato Giancarlo Giulianelli commenta la presenza del nome di Luca Traini sui caricatori delle armi automatiche usate per l'attentato alle due moschee. «Naturalmente - prosegue il legale difensore del 29enne di Macerata che aprì il fuoco contro alcuni immigrati africani -, non c'è alcun collegamento tra i fatti attribuiti a Luca Traini e i tragici attentati terroristici in Nuova Zelanda, più improntati su una matrice religiosa».

Avvocato, parlerà con Luca Traini di quanto accaduto?

«Credo che lui già lo sappia perché in carcere c'è la radio e la televisione, quindi non è che viva fuori dal mondo. I detenuti sono di solito aggiornati su quello che accade. Certamente ne parleremo. Quello che posso dire con certezza è che conoscendo Luca - con il quale ancora non ho parlato - e conoscendo tutto il percorso che ho fatto, fino al pentimento, sono certo che condannerà fermamente questo gesto. Questo lo posso sicuramente anticipare».

Un percorso di pentimento?

«Sì, Luca aveva già manifestato pentimento nel corso del processo davanti alla Corte d’Assise di Macerata. In sede di perizia era emerso questo suo atteggiamento di revisione della propria azione e poi anche nella parte finale del processo, quando ha scritto quel testo in cui si dichiarava pentito di quanto compiuto. Per questo il riferimento a Luca Traini sul caricatore del kalashnikov mi sembra del tutto fuori luogo».

Ma come vede il fatto che il suo assistito sia divenuto una sorta di modello da omaggiare per esaltati o terroristi in giro per il mondo?

«Questa è una conseguenza, secondo me, della mancata accettazione da parte della Corte d’Assise del fatto che Luca abbia agito in uno stato di capacità di intendere e di volere grandemente scemata. Questa è la nostra tesi. Non riconoscere la pazzia quando questa si manifesta significa paradossalmente attribuire a questi personaggi un simbolo o una valenza politica che persone come Luca Traini non intendevano assumere. Questa è una mia opinione, chiaramente. D’altro canto, qualcuno può insinuare che chiamare "pazzo" l'autore di un simile gesto non permette di analizzare il problema.

In realtà, se uno è pazzo lo si dice a ragion veduta. Cioè, io non posso pensare che i ragazzi che hanno compiuto quel massacro stamattina in Nuova Zelanda siano persone normali, io non lo penso. Così come non ritengo che siano normali coloro che hanno fatto gesti analoghi in passato, come in Francia a Charlie Hebdo, o come al Bataclan. Non posso pensare che queste persone fossero normali. L’unica cosa che li accomuna, dunque, è la pazzia più o meno manifesta. Questo è quello che penso».

Che spiegazione dà al fatto che che il nome di Luca traini, 29enne di Macerata, sia finito in qualche modo nei piani dell’attentato di un suo coetaneo in Nuova Zelanda?

«Il nome di Luca Traini ha cominciato a circolare già subito dopo i fatti in tutto il mondo. Io ricordo che venni intervistato dalla tv australiana. E anche in Argentina mi dissero che era giunta la notizia, per esempio. Purtroppo, il fatto di Luca Traini ha sùbito assunto una connotazione mondiale. Questo è quello che è successo e non mi sorprende. Mi sorprende invece che sia stato accostato a questi fatti delittuosi e che il suo nome figuri su quel caricatore di kalashnikov».

Mi scusi ma l’obiettivo della strage - e questo è scritto anche nel manifesto anti-immigrati e anti-musulmani pubblicato dalla mente dell’attacco - era proprio quello di colpire con intenti simili a quelli dichiarati da Traini all’epoca dei fatti. In qualche modo il gesto di Brenton Tarrant è accostabile a quello di Luca Traini.

«Mah... io penso che la matrice sia religiosa. I frequentatori di quella moschea erano musulmani, poi se fossero anche immigrati non lo so, ma era gente che andava lì per pregare. Così come le persone che sono state uccise al Bataclan andavano lì a vedere un concerto. Io non vedo in questo una connotazione che possa in qualche modo accomunare i due gesti per analogia. Onestamente non la vedo, ma è la mia opinione. Fatto sta che il nome c’è».

Un’impressione personale: quando ha visto quella immagine col nome del suo assistito bianco su nero sull'arma, che effetto le ha fatto?

«Francamente sono rimasto senza parole. Non riuscivo neppure a comprendere cosa accomunasse le due azioni, sono rimasto attonito. Tra l’altro, me lo ha detto mia moglie che stava seguendo il tg della mattina. Non riuscivo a dare una spiegazione, ero sconvolto, non avevo parole, totalmente attonito».

Traini continua a ricevere lettere di solidarietà da fuori?

«Ora non più. Questo succedeva nelle settimane dopo i fatti. Le lettere di solidarietà arrivavano sia in carcere che al mio studio legale. Ma ora non accade più».

Luca Traini tra i militari
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