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La radicalizzazione jihadista in carcere è un rischio anche per l'Italia

Giada Ferraglioni - 25/03/201906:22Aggiornato 25/03/2019 15:23

I combattenti della Jihad hanno perso il loro baricentro nel Medio Oriente. Le strutture penitenziarie in Occidente sono ora il principale terreno per il proselitismo fondamentalista. Ma come funziona in Italia la lotta alla radicalizzazione? 

La notizia del crollo dell'ultimo baluardo del califfato in Siria è di strettissima attualità. Le operazioni dell'Isis tra il Medio Oriente e l'Europa sono oramai imparagonabili a quelle degli ultimi cinque anni.

Ma nel momento in cui la ritirata dal Medio Oriente è in corso e l'Iraq non è più (geograficamente) il magnete dello Stato Islamico, il carcere può diventare - insieme al web - una delle frontiere del jihadismo.

«La radicalizzazione nelle prigioni è stato a lungo un problema per i Paesi occidentali», ha spiegato a Open Francesco Marone, ricercatore dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e autore, insieme a Marco Olimpi, dello studio Radicalizzazione Jihadista nelle Prigioni Italiane.

«Uno dei fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly, due dei responsabili dell'attentato di Charlie Hebdo», spiega Marone, «si sono radicalizzati in carcere. E forse anche Chérif Chekatt, il terrorista del recente attentato Strasburgo».

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Il problema della radicalizzazione islamica nelle carceri occidentali

Come si legge nello studio, l'importanza del fenomeno è cresciuta insieme agli arresti per terrorismo che si sono verificati negli ultimi anni. Conversione e radicalizzazione non significano la stessa cosa; ma i jihadisti in carcere sono aumentati e nelle carceri è sempre più facile incontrare dei fondamentalisti.

«La religione islamica è più orizzontale della nostra», dice Marone. «Consente di autoproclamarsi Imam, e può accadere che lo si faccia solo per avere diritto a professare in una lingua che la maggior parte delle guardie carcerarie non conoscono».

Nel 2018 il Ministero della Giustizia italiano ha rilevato che tra tutti i detenuti che si riconoscono dichiaratamente nella fede, 7.169 pregano regolarmente secondo le norme imposte dal credo. E tra questi, 97 sono imam e 88 si definiscono promotori: si definiscono, cioè, come attivi rappresentanti della fede.

Il rischio è ormai evidente per tutti i Paesi coinvolti nella lotta contro l'Isis, tanto che, come ha riportato il Wall Street Journal, è molto difficile che un Paese decida di riprendersi i foreign fighters (combattenti andati a combattere in paesi nei quali non risiedono) fermati in Siria dalle Forze Democratiche (Sdf).

Miliziani dell'Isis annunciano su Twitter la nascita del "califfato". 2014

I dati nei penitenziari italiani

«I numeri nelle carceri sono in crescita», spiega Marone. «Nel 2018, i dati ufficiali del Ministero parlano di 66 persone solo in italia - condannate o imputate per processi relativi al terrorismo jihadismo.

Per quanto riguarda i foreign fighters passati per l'Italia, se ne contano 138. Un numero inferiore rispetto alla Francia, dove le persone condannate o imputate per terrorismo sono circa 500. Per i foreign fighters, si parla di cifre attorno ai 1900».

Come si legge nel rapporto, nel 2018 oltre 59mila nuove persone sono entrate nelle carceri italiane, distribuite nelle 190 strutture penitenziarie presenti nel Paese. I detenuti stranieri sono poco più di 20mila (un terzo): la maggior parte di loro proviene dal Marocco (3,751), moltissimi dal Nord Africa più in generale.

Considerando questi numeri, ci sono buone probabilità che più di un detenuto su 5 sia di religione musulmana - o che abbia vissuto a contatto con questo credo per buona parte della sua esistenza.

Isolamento ed espulsioni: gli strumenti dell'Italia per controllare le radicalizzazioni

Mario Pontillo dell'associazione no profit Il Viandante, una realtà che si occupa di portare attività culturali e sociali nelle carceri, racconta che per i volontari è impossibile entrare in contatto con i detenuti accusati di terrorismo.

«Sono tenuti negli "AS2", sezioni ad altissima protezione che ricalcano quelle riservate ai Nuclei Armati Proletari negli anni di piombo», spiega a Open. «E memori di quella esperienza, in cui i momenti di socializzazione servivano per creare proselitismo, hanno agito di conseguenza».

Il sistema è lo stesso: far leva sulle condizioni fortemente problematiche dei detenuti per arruolare persone nella lotta. E, come spiega Pontillo, è la stessa cosa che si è verificata per gli estremisti in Francia, in Inghilterra e in Belgio: «Vissuti per generazioni e generazioni nei ghetti, hanno vissuto nei racconti degli sfruttamenti e delle emarginazioni».

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Come spiega il ricercatore Ispi Marone, oltre alle AS2 l'Italia può contare su un sistema di espulsioni efficace per chiunque sia sospettato di estremismo islamico: «Con la firma del ministro dell'Interno o del prefetto, una persona può essere espulsa senza passare dal processo, e senza le prove che servono nei processi penali».

L'isolamento non basta

«Averli messi in una zona di massima sicurezza non significa che la minaccia sia sconfitta», spiega ancora Marone. «Oramai, la preoccupazione maggiore per il proselitismo in carcere riguarda persone che sono lì per altri reati; che sono magari già radicalizzate, ma che sono in carcere per altri motivi».

«Così è successo nel caso dell'attentatore di Berlino», dice Marone. Anis Amri, che il 19 dicembre del 2016 travolse la folla durante i mercatini di Natale, «era finito precedentemente in carcere perché aveva avuto dei comportamenti violenti nei campi di accoglienza ai migranti. È nelle carceri siciliane che ha avviato il percorso di radicalizzazione. Quando è uscito non era più un criminale comune, era un jihadista».

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