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Storica confessione di Cesare Battisti: ammette omicidi e ferimenti

Valerio Mammone - 25/03/201913:12Aggiornato 26/03/2019 10:24

«Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa», ha detto il terrorista rosso. Ma poi ha sottolineato: «Per me, quando avevo 22 anni, si trattava di una guerra giusta»

Cesare Battisti ha ammesso il suo coinvolgimento nei quattro omicidi e nei tre ferimenti per i quali era già stato condannato con sentenza definitiva. È avvenuto sabato, quando è stato interrogato in carcere dal pm Alberto Nobili. Stando alle parole del procuratore antiterrorismo, Battisti ha detto di aver provato un profondo disagio nel raccontare quello che aveva fatto.

Allo stesso tempo sentiva il dovere di confessare: «Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa». Il terrorista, arrestato a Santa Cruz lo scorso 13 gennaio, non si è pentito, ma ha rinnegato le azioni compiute negli anni di piombo: «Per me, quando avevo 22 anni, si trattava di una guerra giusta».

I delitti confessati

Cesare Battisti ha ammesso di essere stato l'esecutore materiale di due dei quattro omicidi. Il primo confessato dal terrorista è stato quello del maresciallo Antonio Santoro, commesso il 6 giugno 1978. I terroristi dei Pac, proletari armati per il comunismo, lo consideravano una persona che perseguitava i detenuti politici.

Il secondo omicidio di cui Battisti è stato l'esecutore materiale, è quello dell'11 aprile 1979. Quel giorno il terrorista ha premuto il grilletto contro Andrea Campagna, agente della Digos, uccidendolo. Oltre a questi due delitti, Battisti ha poi ammesso di essere stato l'autore o tra gli organizzatori di due gambizzazioni e un ferimento.

Agli altri due omicidi ammessi in sede di confessione, Battisti avrebbe partecipato indirettamente. Il terrorista è stato presente come palo all'operazione Sabbadin - il 16 febbraio 1979 - durante la quale è stato ucciso a Mestre Lino Sabbadin, macellaio militante del Movimento sociale italiano.

Lo stesso giorno, ma a Milano, è stato ucciso il gioielliere Luigi Torregiani. A questo omicidio Battisti ha detto di aver partecipato solo nella fase organizzativa. Le due vittime erano considerate dai terroristi dei Pac come miliziani dello Stato. Inizialmente i membri dei Pac avevano votato per una gambizzazione, ma si andò oltre.

Uno dei passaggi più toccanti dell'interrogatorio è stato quello sul '68: ai pm Cesare Battisti ha spiegato che gli anni di piombo hanno seppellito movimento culturale nato in quegli anni: «Noi - ha affermato Battisti durante l'interrogatorio in carcere - abbiamo ucciso il '68», fermando lo spostamento a sinistra del Paese. Il terrorista ha chiarito inoltre che durante la sua latitanza si è avvalso della collaborazione di gruppi di estrema sinistra convinti della sua innocenza.

«La confessione è un evento straordinario»

«Questa ammissione - ha detto il procuratore capo di Milano Francesco Greco - fa giustizia dopo le tante polemiche che ci sono state in questi anni e rende onore a forze dell'ordine e magistratura». Polemiche sulla presunta innocenza di Battisti, sostenuta da molti intellettuali che lo ritenevano un perseguitato politico.

La confessione di Battisti è «un evento straordinario» e il procuratore dell'antiterrorismo Nobili lo sottolinea: «Battisti - dice - è un irriducibile, uno che ha barato per 37 anni essendo stato ospitato in Francia, Messico e Olanda, diffondendo un' immagine da innocente e perseguitato politico. Non parliamo né di collaborazione con la giustizia né di pentimento».

«È stato un interrogatorio particolare - ha spiegato Nobili -. Battisti ha precisato che avrebbe parlato solo di se stesso. L'avvocato Steccanella gli ha fatto avere tutte le sentenze che lo riguardavano. Lui ha avuto tempo di leggerle e poi ha deciso di confessare, confermandone il contenuto».

Le dichiarazioni dell'avvocato difensore

«A distanza di tanto tempo - ha detto l'avvocato difensore Davide Steccanella - nella fatica di ricostruire una parte della sua vita che risaliva a quando era poco più di un ventenne, Battisti ha riconosciuto con sofferenza, ma senza infingimento alcuno, la propria responsabilità per tutti i fatti per cui era stato condannato». E ancora: «Non è mancata una rivisitazione critica con disagio per le conseguenze di una scelta di militanza armata ai tempi ritenuta, come da tanti coetanei "giusta"».

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