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Tutti contro Zanda (Pd), ma la proposta di aumentare gli stipendi dei parlamentari è vecchia

Chiara Piselli - 28/03/201913:07Aggiornato 28/03/2019 18:02

Il ddl è stato depositato in Senato il 27 febbraio, prima delle primarie. Il Pd di Zingaretti prende le distanze: «La proposta non è riconducibile al partito, si configura come iniziativa di un singolo»

La notizia è andata gonfiandosi nelle ultime ore, dopo un articolo del Fatto Quotidiano sulla proposta - in controtendenza - di Luigi Zanda di aumentare gli stipendi ai parlamentari. Il senatore e tesoriere Pd è finito al centro delle polemiche per il suo disegno di legge sul trattamento economico dei membri del Parlamento che vorrebbe vedere adeguato a quello dei politici europei.

Una proposta che Zanda ha depositato in Senato il 27 febbraio e dunque prima delle primarie del Partito Democratico (3 marzo) che hanno visto trionfare come segretario il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Ecco perché le immagini che stanno rimbalzando sui social che accostano l'aumento delle indennità dei parlamentari al Pd di Zingaretti sono fuorvianti. 

Il neosegretario del Pd ha pubblicato un post su Twitter in cui ha preso le distanze dalla proposta («è di Zanda, non del Pd»), confermando però la stima per il suo tesoriere resta immutata. In una dichiarazione successiva, Zingaretti ha chiuso definitivamente le polemiche «Io non ho sconfessato nessuno, ho solo chiarito una tempesta in un bicchiere d'acqua: è stata trasformata e costruita una fake news».

Raggiunto al telefono da Open per un commento sulla questione, il senatore Zanda è sembrato spazientito e, dopo un no comment, ha buttato giù. Prima che arrivassero le parole di Zingaretti, il Partito Democratico, intanto, aveva preso ufficialmente le distanze dal disegno di legge: «Non esiste alcuna proposta del Pd sul tema delle indennità dei parlamentari - si legge nella nota diffusa -. La proposta presentata dal senatore e tesoriere del Pd Luigi Zanda non è riconducibile al Partito Democratico ma si configura come iniziativa di un singolo». 

Ad accendere la miccia nella giornata di ieri (27 marzo) era stato Stefano Patuanelli, capogruppo per il M5s al Senato: «La proposta di Zanda è subdola. Cosa dice Zingaretti su tutto questo? È d'accordo con le proposte del suo tesoriere? Perché mentre il suo partito vuole dare più soldi ai partiti e ai politici, rigetta un confronto con Luigi Di Maio sul salario minimo orario e critica il Reddito di Cittadinanza?».

Cosa dice il ddl Zanda

«Oggi occorre affrontare la questione del trattamento economico dei parlamentari secondo un approccio nuovo, che vincoli tutte le componenti del trattamento a un parametro obiettivo e indipendente dall'ordinamento nazionale, sottraendolo alle pulsioni politiche e alle strumentalizzazioni di parte - così si legge nel ddl presentato dal senatore Zanda e depositato in Senato -. Il migliore ancoraggio obiettivo e autorevole per il trattamento dei parlamentari italiani è quindi quello al trattamento riconosciuto ai membri del Parlamento europeo sulla base della disciplina che lo stesso si è dato».

La proposta di legge, da cui il Pd ha preso le distanze, intende dunque equiparare il trattamento economico di deputati e senatori alla media di quello dei parlamentari europei. In questo modo, lo stipendio medio mensile passerebbe dagli attuali 13-14mila euro mensili ai 16-19 mila. Con questa proposta, ai membri del Parlamento verrebbe anche corrisposta una sorta di liquidazione di fine mandato, prevista anche questa nel trattamento economico dei parlamentari europei.

Questa indennità verrebbe calcolata su «tante quote mensili quanti sono gli anni di esercizio del mandato, e comunque per un minimo di sei mesi e un massimo di ventiquattro mesi». Infine il ddl Zanda contiene un «trattamento differito di natura assicurativa» che dovrebbe essere determinato con un «metodo di calcolo contributivo dopo cinque anni di mandato parlamentare e al compimento del 63esimo anno di età».

Le reazioni nel Pd

«Non condivido la proposta di Zanda - scrive su Facebook il senatore Dario Parrini (vicino a Matteo Renzi), capogruppo del Pd nella Commissione Affari costituzionali - Se e quando dovessimo discuterne negli organismi del Pd, spiegherò da capogruppo come mai penso che non possa diventare la posizione del mio partito».

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