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La marijuana «legale» è davvero legale? Cosa dovete sapere prima di entrare in un cannabis store

Giada Ferraglioni, Cristin Cappelletti - 03/04/201906:22Aggiornato 03/04/2019 19:49

Nel 2016 in Italia è stata varata una legge per consentire la vendita dei prodotti derivanti dalla cannabis, a patto che non superino lo 0,6% di thc. L’uso ricreativo, però, resta un reato, e i rivenditori non sono obbligati a fare controlli di qualità sulle infiorescenze: «Quando esci da qui, quello che ci fai sono affari tuoi, non miei»

Cannabis Store Amsterdam è un franchising dedicato alla distribuzione della cosiddetta cannabis light. Uno dei dipendenti del punto vendita di via Medici, a Milano, spiega con orgoglio che la composizione dei prodotti in vendita è certificata dalle analisi che ha appese dietro al bancone. Per legge, infatti, la vendita della cannabis è concessa solo se il livello di Thc (Tetraidrocannabinolo) - la componente stupefacente - si attestano sotto lo 0,6% (meglio se sotto lo 0,2%). «È tutto certificato, di qualità garantita», dice sorridendo. 

Chiunque sia mai entrato nei negozi di marijuana legale sa bene che non si vendono solamente alimenti e prodotti di bellezza derivati dai semi commestibili della pianta. La normativa del 2016 ha reso possibile anche il commercio delle infiorescenze femminili della sativa (tipologia con meno livelli di Thc e più livelli di Cbd), a patto che non lo si faccia a fini ricreativi. I proprietari degli store possono spingersi fino a vendere la parte solitamente destinata al fumo, ma solo se imballata e per fini di “collezionismo”. 

In altre parole, è possibile vendere infiorescenze leggere, ma farne uso resta un illecito. Non essendo il commercio destinato al consumo, sembra sempre più evidente che fare dei test sulla qualità della materia prima resta a totale discrezione del produttore e del rivenditore. Quella che da molti viene considerata come una fictio iuris, pare aggirare una problematica non indifferente: cosa fuma chi fuma - fuori dalle regolazioni legislative - le infiorescenze regolarmente vendute nei negozi? 

OPEN | Uno degli Amsterdam Store a Milano 

Cosa dice la legge sulla Cannabis Light

Alla domanda «siete obbligati a fare queste analisi sulla qualità?», il dipendente dell'Amsterdam Store non sa cosa rispondere. Non sa se è un eccessivo zelo dell'azienda o se è una direttiva ben precisa. E, nel suo essere confuso, non ha tutti i torti. Nemmeno il proprietario ne sa nulla. «Io so solo che così è tutto troppo vago», dice al telefono, un po' agitato. «Noi vorremmo solo delle normative più chiare per non fare errori». 

Nel 2016 il ministero dell’Agricoltura (e non della Salute) ha varato una legge, la 242, per regolamentare la coltivazione della cannabis per uso industriale. La normativa è nata esclusivamente per regolamentare i livelli di Thc accettati nelle coltivazioni, tralasciando tutti gli aspetti che la vendita di un prodotto simile porta inevitabilmente con sé.

A non essere citati sono, ad esempio, gli esami sui pesticidi e sui materiali tossici. Simona Ovadia, giornalista di Altroconsumo, ha spiegato a Open che «molti commercianti svolgono analisi a campione autocertificate giusto per evitare eventuali controlli dei Nas». «Analisi a campione» significa che non ne esiste una diversa per ogni lotto che verrà rivenduto nel negozio. E che rimane a discrezione del commerciante farne o meno.

La spiegazione è molto semplice: dato che nell’elenco delle produzioni presenti nel testo ufficiale non compare mai la dicitura «uso ricreativo», il venditore non è obbligato a fornire informazioni sulla qualità del prodotto.

Per legge, infatti, le infiorescenze sono destinate a rimanere nel barattolo. «Quando esci da qui, quello che ci fai sono affari tuoi, non miei». dice un altro commerciante di uno shop appena fuori dal centro. La nebulosità della legge ha creato un gap normativo che al momento viene semplicemente ignorato. 

I rischi di una fictio iuris: quali tutele per i consumatori?

Come visto, all’interno del testo della 242 si parla unicamente di test a campione per i livelli di thc presenti nella materia prima destinata alla vendita. Per quanto riguarda l’intervento del Ministero della Salute, Ovadia spiega che «esiste un decreto legge che regola la canapa per uso alimentare, senza affrontare mai realmente il tema delle infiorescenze».

Il contesto precauzionale è spiegato anche a fronte di un comunicato del Consiglio superiore di Sanità, in cui si parla di «rischi non da escludere per la salute» e si raccomanda addirittura che siano «attivate nell'interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita».

ANSA | Coltivazione di Cannabis Light

Anche Riccardo Ricci, direttore del Sert di Milano, sottolinea i rischi di una legge che non mette nero su bianco l’obbligo dei commercianti di attestare la qualità del prodotto. Il consumatore che vuole “aggirare la legge” per consumare la cannabis light, non ha «la sicurezza di fumare un prodotto più controllato di quello venduto in strada».

«Tutti sanno che in realtà le infiorescenze non vengono acquistate come souvenir», continua Ricci, che a questi temi ha dedicato un blog. «Al momento, però, sembra essere arrivati a un equilibrio che fa comodo a tutti». «Mi lascia perplesso che un venditore dica: io te lo vendo, poi tu la usi a tuo rischio e pericolo. Chi vende un prodotto deve avere la responsabilità di ciò che fa».

Cannabis Light e Cannabis terapeutica: due mondi ben divisi

Secondo alcuni tra i dipendenti più divertiti degli store di Milano, a comprare le infiorescenze sono soprattutto stranieri o persone di mezza età che vogliono «tornare a sentirsi ragazzini». «Alcuni» -spiega Simone dell’Amsterdam Store di via Medici - «vengono perché ne hanno bisogno a fini terapeutici, talvolta si presentano con le ricette». Ma la cannabis light e la cannabis per uso terapeutico sono due mondi che viaggiano su due binari - anche e soprattutto legislativi - totalmente diversi. 

OPEN | Uno degli Amsterdam Store a Milano 

A permettere la vendita della cannabis a uso terapeutico è stata una legge del 2007, varata dall’allora ministra della Salute Livia Turco. Oltre a essere una normativa che lascia largo spazio all’autonomia attuativa di ogni singola Regione, è una legge che fa i conti direttamente con il fine: essendo varata per il consumo, è coltivata in maniera il più possibile standard, e o ogni singola cima è controllata e misurata per sapere quanto principio attivo presenta. 

Tutto il processo di coltivazione, preparazione e distribuzione alle farmacie è affidato allo Stato. Lo stabilimento chimico farmaceutico militare che ha messo a regime la coltivazione della marijuana per uso terapeutico si trova in Toscana.

Come spiega Stefano Masini, responsabile dell’Area Ambiente e Territorio di Coldiretti, «il richiedente si presenterà in farmacia direttamente con la ricetta del medico: sarà il laboratorio dell’ospedale di Firenze a creare il prodotto esattamente nelle misure somministrate». Gli universi della cannabis terapeutica e di quella light non sembrano sfiorarsi da nessun punto di vista. 

Se la legge non è chiara, gli agricoltori non investono

A quanto pare, dice ancora Masini, c’è un’altra problematica creata dalla poca chiarezza normativa. Il boom della coltivazioni di cannabis che è stato registrato negli ultimi anni è più un indicatore delle potenzialità del mercato che un boom vero e proprio - benché, secondo l’Associazione Italiana Cannabis Light, non sia facile parlare di numeri esatti.

«I produttori sono frenati dal buttarsi nel business per colpa della legge», spiega Masini. «Per quanto gli shop siano aumentati esponenzialmente a partire dal 2016, in realtà la maggior parte della materia prima viene esportata da paesi come l’Olanda e la Svizzera, dove la regolamentazione è molto più chiara e definita». 

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