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Stupro sulla Circumvesuviana, ecco perché i giudici hanno scarcerato i tre accusati: «Ragazza inattendibile»

Redazione - 05/04/201900:13Aggiornato 05/04/2019 06:36

Per il tribunale le immagini delle telecamere e gli esami medici sono tra gli «elementi che inducono a dubitare sull'attendibilità soggettiva e oggettiva della persona offesa»

Le motivazioni con cui il tribunale del riesame di Napoli ha scarcerato Raffaele Borrelli, il terzo giovane arrestato per il presunto stupro avvenuto alla stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, gettano forti dubbi sull'attendibilità della ragazza, che sarebbe affetta da problemi psichici, fino a escludere che la violenza ci sia effettivamente stata. Due sarebbero i principali argomenti portati dai giudici: le immagini delle telecamere a circuito chiuso della stazione e i risultati delle visite mediche a cui la ragazza si è sottoposta.

Le immagini delle telecamere

Secondo i magistrati, nelle immagini in cui la giovane è inquadrata «non sembrano nemmeno cogliersi i sintomi tipici di uno stato dissociativo». E non è stato nemmeno ravvisato il cosiddetto freezing, «termine che in psicologia indica una modalità di reazione caratterizzata da immobilità e incapacità di resistenza di fronte a eventuali traumi».

Inoltre dalle immagini video risulterebbe che i tre indagati non si sarebbero allontanati dal luogo del presunto stupro dopo che la ragazza era già andata via. I ragazzi, dunque, non sembrano preoccuparsi che la giovane potrebbe sporgere denuncia. «Atteggiamento - scrivono i giudici - spiegabile soltanto o con una totale incoscienza ed incomprensione della condotta criminosa o con l'assenza di ragioni che potessero cagionare conseguenze giudiziarie». 

La documentazione medica

Nelle motivazioni, i magistrati, condividendo la posizione della difesa degli imputati, ritengono «la documentazione medica non confermativa di rapporti sessuali avvenuti contro la volontà della ragazza». Infatti i referti, secondo i giudici, «hanno escluso l'esistenza di segni ecchimotici ed escoriazioni nelle zone genitali, anali nonché di lesioni o alterazioni in orofaringe». La visita ginecologica a cui la giovane si è sottoposta il 6 marzo confermerebbe «l'assenza di ecchimosi e/o escoriazioni genitali, riscontrando solo un arrossamento». Un problema dermatologico, secondo i giudici, non riconducibile a una violenza. 

Lo stato d'ansia post-traumatico

Per i giudici anche le condizioni psichiche della ragazza al momento dell'arrivo al pronto soccorso non sarebbero associabili, in maniera giuridicamente solida, a una violenza sessuale. «Non sembrano essere state considerate le peculiari condizioni psicologiche della dichiarante - proseguono le motivazioni - che per i suoi disturbi psichici soffriva di frequenti stati d'ansia e crisi di panico», tanto da aver riferito alla propria terapeuta di aver avuto un attacco d'ansia e di aver chiamato il pronto soccorso nel periodo immediatamente precedente al fatto denunciato.

I giudici specificano che «non esiste una sindrome da stress specificamente riferibile all'abuso sessuale» e che quindi utilizzare lo stato d'ansia per dimostrare l'avvenuta violenza è un «non corretto ragionamento probatorio di tipo circolare nel quale i sintomi sono la prova dell'abuso da dimostrare e l'abuso è la spiegazione dei disturbi». 

Le conclusioni

In conclusione, per i magistrati gli elementi analizzati «inducono a dubitare sull'attendibilità soggettiva e oggettiva della persona offesa». In particolare, per quanto riguarda le immagini video, «danno ulteriore consistenza ai dubbi, posto che l'atteggiamento della giovane, soprattutto nei momenti successivi a quella che è stata denunciata come una efferata violenza sessuale di gruppo - continuano i giudici - appare, a chiunque esamini il filmato, in totale contrasto con un'esperienza di traumaticità e drammaticità vissuta pochi attimi prima».

Un rapporto che «quindi è stato percepito dagli indagati - continuano i magistrati - non come un fatto penalmente illecito ma invece come un'esperienza sessuale consensuale sia pur consumata con modalità contrarie ai normali costumi sessuali e alla morale comune» (in merito nelle motivazioni è riportato il commento di Sbrescia, uno degli indagati, che manifesta «riprovevolezza» per i modi in cui l'atto è stato consumato). L'atteggiamento della giovane osservato attraverso le immagini delle telecamere quindi, per i magistrati, «finisce per screditare anche l'eventualità di un dissenso sopravvenuto nel corso del rapporto». 

I magistrati escludono inoltre «la configurabilità di una violenza sessuale derivante dall'abuso di un'eventuale condizione di inferiorità psichica della persona offesa», poiché per giudizio unanime dei medici che hanno avuto in cura la presunta vittima, la ragazza, nonostante sia affetta da disturbi della personalità, ha «capacità di discernimento dei fatti e comprensione della realtà».

Una giovane diplomata, che frequenta un laboratorio teatrale e «in possesso, lo si ricordi - scrivono i magistrati - addirittura di capacità intellettive superiori alla norma». Inoltre, si legge nelle carte, i sintomi della patologia di cui soffre «non sono percepibili da chi con la ragazza abbia un occasionale e sporadico contatto, senza quindi sospettare che la sua disponibilità sessuale non sia frutto di una libera scelta».

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